SARDEGNA

Mai più violenza

Una legge e una mozione a favore delle donne

Sessantuno consiglieri regionali hanno presentato, il 13 novembre, la mozione 153/2007 concernente l’impegno della Giunta regionale “ad intervenire nei confronti del Governo affinché sia contrastata in modo ancora più efficace la violenza contro le donne, assumendola come priorità nel definire le politiche di sicurezza, uguaglianza e pari opportunità; a rafforzare le azioni e le iniziative per convincere le donne a denunciare le violenze; a rendere più incisivo l’impegno di sostegno ai centri antiviolenza rendendoli sempre più compatibili alle tante richieste di accoglienza”, e contemporaneamente invitando il Parlamento “a emanare al più presto una specifica legge contro la violenza alle donne”. La mozione segue di qualche mese la legge regionale 8/2007 dal titolo: “Norme per l’istituzione di centri antiviolenza e case di accoglienza per le donne vittime di violenza”.Un passo avanti. “Strano ma vero, almeno sui principi in Sardegna siamo avanti”, dichiara Alessandra Seu, docente all’Università di Cagliari ed esperta di pastorale familiare. “Come donna sono sempre stata contraria al considerarci un oggetto protetto, ma la violenza sulle donne rende ancora più significativi i principi della legge regionale, che parlano di violenza di genere perché la persona deve essere valutata in quanto tale. La mozione è molto forte nell’invito al Consiglio a farsi promotore presso il Parlamento e il Governo per arrivare alla legge nazionale sulla violenza contro le donne”. Molto dipende dalla famiglia, secondo la docente, “perché viviamo in una società dove la diffidenza nei confronti dell’altro sesso è ancora troppo alta. A livello educativo, familiare e scolastico, anche nella scuola materna, s’insegna ai bambini a distinguere tra le cose «da uomo» e «da donna». Bimbi piccoli che hanno atteggiamenti di prepotenza verso la mamma perché «femmina». La mentalità è più diffusa di quanto non si creda, persiste questa sottocultura che vuole la donna in casa e sottomessa agli ordini del padre e del marito”.No al “culto del maschio”. Anche Maria Grazia Pau, docente di catechetica presso l’Istituto superiore di scienze religiose di Cagliari, accoglie positivamente l’attività istituzionale. “È importante – rileva – che il Consiglio regionale abbia promulgato la legge ed espresso la volontà di proseguire nell’impegno con la mozione. In Sardegna la donna sente ancora l’eredità matriarcale, che non deve essere però vista solo in senso negativo: perché nel matriarcato la donna ha un ruolo di organizzazione della vita nella famiglia”. Per Pau è cambiato molto il modo di guardare alla donna: “Se rapportiamo i dati attuali con quelli di cent’anni fa, oggi si ha la forza di denunciare e si possono anche calcolare percentuali: che ci sia un dieci per cento di vittime che ha il coraggio di denunciare è positivo. Dobbiamo incoraggiare le donne a denunciare, a non sopportare più i soprusi. È così anche in famiglia si deve educare il proprio figlio al rispetto della donna, non ad avere il culto del maschio. Quel figlio, educato ad avere supremazia, tratterà male la moglie, e di questi ce ne sono tanti anche oggi e non solo in Sardegna”.Proteggere la donna. “Sicuramente la mozione 153 è una cosa giusta” dice Rosanna Chiappe, del Centro di aiuto alla vita di Cagliari, “per richiamare il governo nazionale che non è ancora riuscito ad esprimere una legge sulla violenza alle donne, nonostante gli appelli e le manifestazioni, cosa invece in parte realizzata dal Consiglio regionale della Sardegna. La stessa legge e la mozione sono nate trasversalmente, al di là del partito di appartenenza. Oggi la donna, anche quella sarda, ha una maggiore coscienza dei suoi diritti”. Secondo Chiappe “la donna vittima di violenza ottiene comprensione, mentre prima finiva per essere colpevolizzata. E tutti gli altri tipi di violenza, a partire da quella familiare, un tempo non venivano denunciati perché c’era paura della vendetta dell’uomo. Sono convinta che la violenza e la molestia verso le donne non sono aumentate numericamente. Ciò che è aumentato è il senso di rabbia, la voglia di denuncia e giustizia da parte delle donne, soprattutto in ambito familiare”. “Credo che la certezza della pena – prosegue Chiappe – parta, come primo intervento, dal divieto per l’uomo di avvicinarsi alla donna verso la quale ha usato violenza. L’incongruenza è che la donna, spesso con dei minori, viene messa nelle strutture protette e finisce praticamente lei in galera, perché non può uscire, deve stare attenta. Questo non è assolutamente giusto: all’uomo dev’essere impedito di avvicinarsi alla donna, che deve poter restare nel suo ambiente, soprattutto quando ci sono dei minori. L’uomo non deve poter fare loro nuovamente del male”.a cura di Massimo Lavena(12 dicembre 2007)