SARDEGNA
Pastori: una situazione difficile che esige unità e nuove scelte
I violenti fatti del 27 dicembre a Civitavecchia, con duecento pastori del Movimento pastori sardi (Mps) bloccati al porto dalle forze dell’ordine che hanno fisicamente impedito una possibile manifestazione (non autorizzata) a Roma, con scontri e polemiche molto accese, invitano a una riflessione su quali siano le strade per uscire da una situazione estremamente tesa. Non è facile spiegare quale sia oggi la situazione in Sardegna, alla luce di una crisi arrivata ai massimi storici: prezzo del latte reale a 65 centesimi per litro, pagato dalle aziende di trasformazione e dagli industriali del settore, che, secondo i pastori, non coprirebbe neanche le spese di produzione; un confronto durissimo del Movimento (che non si riconosce nelle associazioni sindacali di settore) con la Regione Sardegna, con un’estenuante contrattazione questa estate e in autunno; un comparto produttivo diviso in aziende spesso piccolissime che non si uniscono, legate storicamente a un atavico senso d’isolamento e di diffidenza nei confronti dell’altro; un progressivo indebolimento creato da scelte industriali, economiche e politiche che nel passato tendevano a sradicare la cultura agropastorale sarda per trasformare l’isola in una centrale petrolchimica al centro del Mediterraneo, scelte che la recente storia della Sardegna ha smentito.Ascoltare il dissenso e dare un indirizzo positivo. Sulla questione il SIR ha chiesto un parere a don Pietro Borrotzu, delegato regionale per la pastorale sociale e del lavoro della Conferenza episcopale sarda (Ces). “Il Movimento dei pastori sardi, che tiene alta l’attenzione sui problemi del comparto – afferma il delegato -, sta andando su una strada per conto suo. Per esempio, non è controllato dalle associazioni di categoria, che forse esprimono pareri e pensieri anche differenti rispetto a quelli espressi dal Mps: di certo non è condivisibile il modo di agire delle forze dell’ordine. Comunque sia, anche un piccolo gruppo ha il diritto e deve avere la possibilità di manifestare il suo dissenso, di presentare le proprie istanze”. Secondo don Borrotzu occorre dare “un indirizzo” alle “rivendicazioni sacrosante del mondo dei pastori”. “Sappiamo – precisa – che l’eccessiva polverizzazione delle proprietà e il fatto che ciascuno tratti per conto proprio sui prodotti della terra rende il comparto estremamente fragile. È il caso del pecorino romano, per esempio, quello che traduce la maggior produzione di latte. Se non viene sostenuto con un’azione concordata rischia di esser sottovalutato e venduto a prezzi non giusti”.L’assistenzialismo non serve. “Occorre un lavoro di sinergia – sostiene il delegato – affinché i pastori che producono latte e formaggio non vadano ciascuno per conto proprio a vendersi il prodotto, e si crei un’articolazione compatta della categoria”. Nella recente azione del governo regionale c’è stato un progressivo allontanamento dalle politiche assistenziali che “non servono più, a differenza di ciò che chiede il Mps, perché la concessione di svariate migliaia di euro per azienda non risolve il problema della crisi: dove si va a finire? Non si creano le condizioni di un lavoro più produttivo, organizzato e redditizio”. “Le associazioni di categoria – rileva il sacerdote -, a differenza del Mps, sono di questo avviso: creare infrastrutture giuste per rafforzare la produzione agropastorale, affinché tutti gli anni non ci sia bisogno di contrattazioni per avere le cose minime, con risorse dal sapore assistenzialistico, invece di una soluzione vera dei problemi”.La vera scommessa. Per don Borrotzu è importante porre attenzione verso l’arcaico mondo dei pastori. “Si devono creare – afferma – condizioni di lavoro migliore: noi invece abbiamo un comparto del mondo pastorale che è ancora a un livello primitivo. Se sono arrivate macchine mungitrici non si sa se tutti le hanno usate, in molte campagne c’è ancora il problema dell’elettrificazione, delle strade, della viabilità. Ancora si fa il lavoro in condizioni primitive, è un mondo molto tradizionalista, legato alla cultura del ‘mio’, della realizzazione immediata. La vera scommessa è creare le condizioni per una formazione di altro genere”. Come potrebbe essere la “multifunzione”, “dove la campagna diviene luogo abitabile, dove si fa l’allevamento con criteri più moderni, dove si fa anche attività alternativa, coltivazione, agriturismo, altre iniziative che diversificano l’attività agropastorale. Ci sono a capo di queste aziende pastori abbastanza giovani, anche con titolo di studio, e quindi è il segno di novità più evidente”. Sono aziende “che hanno identificato nella diversificazione la possibilità sia di vivere meglio, sia di lavorare meglio nella campagna”, oltre che aprirsi “a una disponibilità di servizio sociale con attività di reinserimento lavorativo per detenuti: è qualche cosa di nuovo sia per chi accoglie, sia per la possibilità effettiva di collocare queste persone più facilmente in una realtà di redenzione e lavoro”.a cura di Massimo Lavena(05 gennaio 2011)