SICILIA

Dietro una controversia

I difficili rapporti con il governo nazionale e uno Statuto disapplicato

La rivolta dei "forconi" che ha messo nei giorni scorsi in grande difficoltà la vita quotidiana degli abitanti della Sicilia con il blocco delle strade e autostrade e che continua, dopo la spaccatura al suo interno, con l’occupazione dei Consigli comunali di alcuni Comuni dell’Isola e uno stanziamento stabile dinanzi a Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione, ha riportato alla ribalta quello che per molti è il vero problema della Sicilia: la disapplicazione dello Statuto regionale. Approvato con r.d.l. del 15 maggio 1946 n.455, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n.133-3 del 10 giugno 1946 e convertito nella legge costituzionale n.2 del 26 febbraio 1948, lo Statuto dell’Autonomia siciliana diveniva parte integrante della Costituzione italiana. In particolare, l’applicazione degli artt. 36 e 37 dello Statuto costituisce una controversia tra la regione Sicilia e il governo nazionale che, proprio in questi giorni, ha assunto toni di effettiva criticità, dal momento che il governo dell’Isola ha dichiarato di avere difficoltà di copertura in merito al bilancio 2012.Autonomia finanziaria. "Si tratta – spiega Giuseppe Notarstefano, docente di statistica economica all’Università di Palermo – di una pretesa riappropriazione di somme derivanti dalla riscossione delle accise provenienti dalle raffinerie e dall’estrazione dei prodotti petroliferi stimate intorno ai dieci miliardi di euro annui, che consentirebbero alla Regione un diverso equilibrio finanziario e una modifica sostanziale delle proprie entrate fiscali. Tale pretesa, sulla quale si è espressa a più riprese la Consulta (sentenze n. 138/99 e 116/2010), assume una nuova prospettiva nel percorso di attuazione del federalismo fiscale: infatti alla luce dell’art. 119 della Carta costituzionale, che riconosce autonomia finanziaria alle Regioni, si sostanzierebbero nuove ragioni a favore dell’applicazione dei suddetti articoli dello Statuto". "In particolare – prosegue Notarstefano – la Consulta ha respinto le richieste avanzate dalla Regione affermando che la titolarità siciliana è collegata al momento della riscossione del tributo. Da un punto di vista strettamente economico e finanziario tale applicazione rappresenterebbe indubbiamente una condizione necessaria per l’avvio di una nuova stagione delle politiche industriali, oggi diremmo anche energetiche e ambientali, accompagnata da un serio e rigoroso utilizzo selettivo di tali risorse". Ma tale questione, come spiega Notarstefano, "diventa politica ascrivendosi soprattutto alla natura e qualità delle relazioni tra i due governi (quello regionale e quello nazionale), storicamente schiacciate su posizioni di subalternità derivanti dagli equilibri politici e da logiche di schieramento".Scelte sbagliate. Ma davvero una corretta applicazione dello Statuto avrebbe cambiato la vita della Sicilia e dei suoi abitanti? "Come è noto – osserva Antonio La Spina, ordinario di sociologia all’Università di Palermo – lo Statuto affidò alla Regione vasti compiti anche in materia di sviluppo. Di queste norme statutarie l’élite isolana avrebbe potuto dare un’interpretazione attivista, dinamica e modernizzatrice, facendo della Regione la protagonista dello sviluppo, così da superare, quanto meno in Sicilia, l’atavica questione meridionale: autonomia come capacità di fare da soli, di camminare con le proprie gambe. Oppure poteva darne una versione opposta, quella di chi si crogiola nel sottosviluppo e nella dipendenza per continuare a ottenere senza fatica benefici e aiuti dall’alto. Magari sfruttando anche la specialità per garantire a certe categorie vantaggi e privilegi". "Se si fosse voluto far vincere la prima interpretazione – prosegue La Spina –, lo sviluppo industriale e l’autosufficienza in tema di entrate sarebbero diventati il leitmotiv dell’autonomia speciale. Invece è stato applicato assai raramente (e talvolta in modo improprio) l’art. 36, che prevede un’autonomia impositiva tipica del federalismo fiscale: ‘Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima’. Qualcuno in effetti tentò di far valere quelle previsioni che facevano dell’apparato regionale il propulsore dello sviluppo, ma purtroppo senza successo". "La vittoria del secondo approccio, invece, avrebbe significato un’espansione in buona parte ingiustificata della macchina burocratica, della spesa improduttiva usata a fini di consenso e clientela, dell’effetto frenante, anziché di stimolo, che la Regione esplica sull’economia. Purtroppo – conclude La Spina – è proprio questa seconda idea di autonomia che è risultata prevalente, e in modo schiacciante. Serviranno molta energia e molta buona volontà per scrollarsi di dosso questa eredità, se mai ciò sarà possibile".a cura di Marilisa Della Monica(07 febbraio 2012)