REPORTAGE DAL BANGLADESH
I poveri sari colorati che indossano le donne sono gli stessi della notte della tragedia. Tutte hanno perso quasi tutto. Una di loro veste invece il suo velo islamico nero e ha perso anche una figlia di 8 anni. Khadiza, 30 anni, appena sentito il segnale di allarme che avvisava dell’arrivo del ciclone, ha preso in braccio Romi e l’ha legata al sari, correndo disperatamente accanto al fiume Andarmanik verso la vicina scuola, utilizzata nelle emergenze come rifugio. Ma mentre fuggiva si è resa conto che la stoffa del sari stringeva troppo forte la bambina, rischiando di strozzarla. “Ho allentato un po’ la presa, ma la corrente del fiume me l’ha strappata via”, racconta Khadiza, guardando davanti a sé nel suo lontano vuoto.Secondo studi locali, il 60% delle vittime erano donne, bambine, adulte o anziane. Diverse le ragioni. “Prima di tutto – spiega ancora Gomez – per problemi pratici: indossando il sari i loro movimenti, nella fuga, sono ridotti e impacciati. Anche i capelli lunghi sono un ostacolo. Poi ci sono motivi culturali: spesso i mariti, soprattutto nelle regioni più conservatrici, non davano il permesso alle donne di raggiungere i rifugi per la promiscuità che si veniva a creare con gli altri uomini. Oppure loro stesse sceglievano di non andare”. Per questo Caritas ha lavorato molto sulla sensibilizzazione e ora “la situazione sembra essere migliorata”.(10 dicembre 2007)