Infanzia ed educazione

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

“L’istruzione è l’avvenire del Congo”. Con queste parole padre Giovanni Querzani, missionario saveriano, ci accoglie alla scuola “Elim Kwa Wote” (Istruzione per tutti) aperta nel 2005 nel quartiere di Kadutu, uno dei più popolati e poveri di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo. Una regione segnata pesantemente dalle violenze che a più riprese, a partire dal 1996, hanno scosso quest’angolo d’Africa. Questo è un istituto particolare perché accoglie ragazzi che a causa della guerra o della povertà hanno dovuto abbandonare la scuola o, più semplicemente, non ci sono mai andati. “Tutti i nostri alunni, circa trecento – ci spiega p. Querzani – hanno tra i nove e i quindici anni, troppo grandi per iniziare il normale ciclo scolastico. Qui, invece, con la formula dei due anni in uno possono concludere la formazione di base in soli tre anni, recuperando il tempo perduto”. Sono molti i bambini e i ragazzi che a Bukavu, come in tutte le principali città del Congo, abbandonano la scuola: non ci sono statistiche precise, ma gli operatori parlano di quasi il 40%.Ma i numeri non sono necessari per capire le dimensioni del fenomeno: è sufficiente girare per le vie delle città per vedere centinaia, o forse migliaia, di bambini che passano le loro giornate cercando di guadagnare qualche soldo per sé o per le loro famiglie. In balia delle violenze e di adulti pronti a sfruttarli, come i tanti bambini che nelle colline del Nord Kivu vengono ancora arruolati per farne giovani combattenti. Povertà e guerra hanno fatto crescere negli ultimi anni il numero dei bambini di strada che popolano le città congolesi. A Bukavu, da alcuni anni, per cercare di porre un freno a questo problema, è stato aperto il “programma diocesano per il recupero dei bambini di strada”. Suor Francesca Valente, dell’ordine di san Gemma, ne è la direttrice e gestisce quattro centri di formazione in varie zone della città, e un centro di prima accoglienza nel quartiere di Kadutu, per un totale di quasi seicento ragazzi seguiti. “La scorsa notte abbiamo ospitato 67 ragazzi che fino a pochi mesi fa dormivano per strada”, racconta la missionaria mostrando gli stanzoni del centro, che può ospitare fino ad un massimo di cento ragazzi: “Il nostro lavoro è delicato perché ci rapportiamo con bambini e ragazzi che in molti casi vivevano da anni per la strada in balia della violenza e della droga. Per questo cerchiamo un approccio non invasivo, lasciando i ragazzi liberi di uscire, durante il giorno, mentre alcuni maestri restano al centro e organizzano attività di gioco e socializzazione per chi decide di restare”. Un educatore ci mostra un sacchetto contenente coltelli arrugginiti, tubetti di colla e altri oggetti sequestrati ai ragazzi. “Ogni sera – ci racconta – quando rientrano li perquisiamo per assicurarci che non portino nulla nei dormitori. Anche se molti ragazzi rientrano solo per la cena e per la notte, per noi è già importante sapere che dormiranno con un tetto sopra la testa”. Recuperare un ragazzo abituato a vivere in strada è un lavoro lungo e difficile, in cui gli educatori devono guadagnarsi la sua fiducia giorno per giorno. “In molti – spiega suor Francesca – hanno alle spalle una storia di abbandono e anni di strada: per questo non sono abituati a convivere e soprattutto a rispettare le regole. Così nei primi tempi cerchiamo semplicemente di inquadrarli e solo quando li vediamo inseriti cerchiamo di indirizzarli verso gli altri centri dove possono frequentare corsi di alfabetizzazione e formazione. Il nostro obiettivo ultimo è però quello di riportare questi ragazzi, quando è possibile, alle loro famiglie che contattiamo e seguiamo con l’aiuto di alcuni psicologi”. Il problema dell’infanzia nella Repubblica democratica del Congo è molto delicato e riguarda bambini analfabeti perché non possono permettersi di studiare. Vive oggi nel Paese un’intera generazione di giovani cresciuta durante la guerra senza alcun tipo di formazione. È dai primi anni novanta, infatti, con il definitivo crollo del sistema zairese, che nel Paese non si svolge un anno scolastico senza problemi. A partire dall’anno bianco tra il ’92 e ’93, quando tutte le scuole pubbliche rimasero chiuse per protestare contro la decisione di Mobutu di non pagare più i salari degli insegnanti. Fu proprio il dittatore ad autorizzare i maestri che volevano continuare ad insegnare a chiedere il pagamento agli stessi alunni: un dollaro al mese. Una cifra cresciuta con il passare degli anni che oggi varia da città a città e da istituto a istituto. Una vera e propria tassa illegale divenuta consuetudinaria in tutto il Congo. Gli scioperi degli insegnanti sono proseguiti anche dopo l’elezione di Joseph Kabila a presidente. E anche la tassa è rimasta. Lo scorso anno le lezioni negli istituti pubblici sono rimaste bloccate per quasi quattro mesi, di cui tre consecutivi, e con l’apertura del nuovo anno scolastico sono ricominciate proteste e manifestazioni. I sindacati rivendicano un aumento salariale, oggi vicino ai cinquanta dollari al mese, e il pagamento degli arretrati, anche se ci sono molti insegnanti che non ricevono nemmeno questo. In Congo non esiste, infatti, un censimento del corpo docenti per cui molti maestri e addirittura alcune scuole per lo stato non esistono. “Per molte famiglie – ci spiega p. Querzani – specialmente per quelle con più figli, in Africa anche sette o otto, diventa impossibile pagare e così i bambini vengono lasciati a casa. Uno scandalo per un Paese in cui la costituzione sancisce il diritto all’istruzione obbligatoria e gratuita per tutti”. La debolezza del sistema ha portato alla comparsa di molti istituti privati segnando ancora di più la frattura tra città e villaggi, come tra ricchi e poveri. L’urgenza di garantire ai bambini il diritto all’istruzione ha spinto, da molti anni, i cristiani (cattolici e protestanti) ad impegnarsi attivamente nella costruzione di scuole ottenendo dallo stato congolese il riconoscimento come istituti paritari convenzionati. Alla “Elimi kwa wote” come alla scuola ordinaria, costruita dal missionario a poche centinaia di metri di distanza, dove studiano circa mille alunni, la frequenza è gratuita e gli insegnanti ricevono salari “dignitosi”, quasi tre volte quelli statali. “Al termine del percorso di studi i ragazzi sostengono l’esame di Stato insieme a tutti gli altri e lo scorso anno la percentuale dei promossi è stata molto alta”, ci confida p. Giovanni con un pizzico di soddisfazione. “Ci eravamo accorti – ci spiega – che molti alunni nel corso della mattinata apparivano stanchi e perdevano facilmente l’attenzione. La causa era semplice: la fame. Per molti questo è l’unico vero pasto della giornata”. Il problema della malnutrizione è molto sentito nel Paese. Secondo i dati del ministero dell’agricoltura il 70% dei congolesi soffre la fame o è malnutrito, percentuali che crescono nelle baraccopoli delle grandi città e nelle province dove ancora proseguono i combattimenti. Spesso, però, in un Paese la cui economia è in ginocchio nemmeno garantire l’istruzione è sufficiente ad assicurare un futuro ai giovani. “La scuola in Congo continua a sfornare disoccupati – sbotta il missionario – ci sono fior di laureati che non riescono a trovare lavoro. Per questo ci stiamo impegnando per avviare percorsi di formazione professionale in modo da dare un futuro ai ragazzi che terminano il ciclo di studi. Il nostro rammarico è quello di non poter accogliere tutti i bambini che ne avrebbero bisogno”. (30 ottobre 2008)