Ritorno a Letnica

KOSOVO

La facciata bianca del santuario rimane nascosta fino all’ultimo, protetta dalle montagne verdi che segnano il confine con la vicina Macedonia. Appare all’improvviso quando ormai ci si trova al centro del piccolo villaggio di Letnica, una manciata di case tra cui svettano due campanili bianchi. Vi arriviamo percorrendo la strada che dalla vicina città di Viti/Vitina s’insinua costeggiando il fiume, tra piccoli gruppi di case e quel che resta delle ditte abbandonate durante la guerra. La nostra meta è il santuario della Madonna di Cernagore costruito a cavallo tra il XVI e il XVII secolo e divenuto presto un rifugio contro le persecuzioni dei turchi ottomani. Un luogo che ha acquisito con gli anni un forte valore ecumenico e interreligioso. Una devozione che, per la festa dell’Assunta, porta a Letnica migliaia di pellegrini non solo dal Kosovo e dall’Albania, ma da tutta la ex Jugoslavia, dalla Macedonia alla Croazia. Celebrazioni a cui partecipano anche numerosi Rom, in gran parte musulmani, legati da una devozione figliale alla Madonna. Per molti croati venire a Letnica ha il sapore di un ritorno: fino ai primi anni novanta, infatti, in questa valle viveva una grande comunità di croati, circa diecimila persone divise in tre villaggi. In molti furono però costretti a fuggire durante la guerra in Jugoslavia per paura delle rappresaglie dell’esercito serbo per quello che stava succedendo a Nord, lungo il fronte tra Serbia e Croazia. Da allora la maggioranza non è più tornata, a causa delle difficoltà economiche, aggravate dalla chiusura delle fabbriche della zona. Oggi la comunità croata nella valle è formata da poche centinaia di persone, in gran parte anziani. Nei primi decenni del novecento, tra i tanti pellegrini che arrivavano a Letnica per la festa dell’Assunta, c’era anche una ragazza di nome Gonxha Bojaxhiu, che ogni anno dalla vicina città di Skopje veniva fino a qua. Una giovane che il mondo imparerà a conoscere con il nome di Madre Teresa di Calcutta. Madre Teresa e la sua vocazione. “Come molte altre anche la famiglia Bojaxhiu – spiega don Lush Gjergji, biografo di Madre Teresa – arrivava qui un mese prima della festa per un breve periodo di villeggiatura. Dai 12 ai 18 anni Madre Teresa è venuta a Letnica ogni estate. Stare qui le faceva bene perchè l’aria fresca di queste montagne e l’acqua termale delle sorgenti l’aiutavano a curare i problemi respiratori di cui soffriva. È proprio davanti alla statua della madonna, durante la veglia del 14 agosto 1928, che la giovane Gonxha decise di farsi suora missionaria per aiutare i poveri del mondo. Di lì a pochi mesi partirà per l’Irlanda, dove entrerà nelle suore di Loreto che poi la manderanno a Calcutta”. Madre Teresa è una vera eroina per la tutta popolazione albanese, non solo per i cattolici. Girando per le strade del Kosovo non c’è villaggio o città che non abbia una statua, una strada o un edificio intitolati alla beata di Calcutta. Pur essendo cresciuta a Skopije, in Macedonia, Madre Teresa ha profondi legami con questa terra, non solo per il santuario di Letnica, dove tornerà altre cinque volte prima di morire, ma perché i suoi genitori erano nativi del Kosovo: suo padre di Prizren e sua madre di Novoselle, vicino a Gjacova. Un santuario ecumenico. Entrati nel santuario troviamo due donne serbe venute in preghiera dai villaggi vicini in segno di devozione. Rimangono in silenzio per alcuni minuti, inginocchiate davanti alla statua. “Quelle donne – spiega don Lush Gjergji – arrivano da due villaggi serbi qui vicino. Dopo le violenze della guerra i serbi avevano timore a venire fin qui, ma la situazione sta migliorando e i serbi, così come i musulmani, iniziano a tornare. Questo dimostra come quello di Letnica possa essere definito a tutti gli effetti un santuario interreligioso ed ecumenico. In questo la figura di Madre Teresa ha certamente aiutato. Lei è una donna che è sempre riuscita ad andare oltre, persino al sistema delle caste. Una volta in un’intervista le chiesi cosa avesse fatto lei per il dialogo interreligioso. Mi disse: gli altri parlano e dicono, noi viviamo quotidianamente l’unità nella diversità”.(09 aprile 2009)