Un futuro incerto

KOSOVO

La mancanza di lavoro e, forse, più in generale l’impossibilità d’immaginare il proprio futuro in Kosovo spinge ancora moltissime persone, specialmente i giovani, ad emigrare. Una piaga che, nonostante l’indipendenza, non sembra volersi arrestare. Giovani come Elvis, incontrato a Klina, piccola città a un’ora di auto a Ovest da Pristina. Lui nei mesi scorsi si è rivolto al progetto “migrazione, immigrazione e diritti” attivato proprio a Klina da Ipsia, Ong delle Acli. Uno sportello informativo dove ricevere informazioni sui canali legali per emigrare in Italia a partire dalla richiesta di permessi di soggiorno o lavoro. “Il mio sogno – ci racconta Elvis – è quello di studiare all’estero, magari in Italia, per avere un futuro migliore e più sicuro. Qui da noi ci sono molte università, private e pubbliche, ma sono tanti i giovani laureati che rimangono disoccupati, mentre con un titolo di studio straniero è più facile trovare lavoro”. Gli operatori di Ipsia hanno così avviato i contatti con alcune università italiane per capire se c’è la possibilità di aiutarlo a partecipare ai bandi per l’assegnazione di posti a studenti stranieri e la documentazione da presentare. Ora non gli resta che aspettare e soprattutto imparare l’italiano, uno dei requisiti richiesti per poter ottenere il posto. Giovani che sognano l’Europa. Quella di Elvis è una storia tra le tante raccolte dagli operatori dello sportello che rappresenta un punto d’osservazione privilegiato non solo sul fenomeno migratorio, ma sull’andamento della società kosovara. “In questo anno – spiega la responsabile di Ipsia Kosovo, Lorena Martignoni – abbiamo assistito ad un grande lavoro diplomatico ma poca attenzione è stata data ai problemi sociali. L’alto flusso migratorio e i molti giovani che ancora si rivolgono al nostro sportello migranti sono la dimostrazione del perdurare di questa situazione di crisi. Qui i giovani non hanno grandi speranze, per questo scelgono di emigrare all’estero quasi sempre raggiungendo parenti che già vivono fuori”. Lo sviluppo dell’economia appare dunque come uno dei problemi fondamentali su cui il governo e le istituzioni internazionali dovranno concentrarsi se realmente si vuole costruire uno Stato solido e stabile. Un cammino su cui aleggiano gli spettri della corruzione, diffusa nel Paese, e della criminalità organizzata che fa del Kosovo un punto di snodo per le rotte dei traffici illegali che attraversano i Balcani. “Non si può pensare di rimettere in moto l’economia, dando impulso allo sviluppo – continua Lorena Martignoni – se non partendo da questioni fondamentali come il lavoro, le privatizzazioni delle vecchie imprese statali, il rilancio dell’agricoltura, la costruzioni di impianti e infrastrutture. Questioni fondamentali su cui tanto si è detto, ma senza interventi decisivi”. Il difficile percorso dei rientri. Il mancato sviluppo economico ha pesanti ricadute anche sul rientro degli sfollati, in particolare delle famiglie serbe, una delle questioni centrali per le autorità di Pristina sul cammino verso l’Unione Europea. Una difficoltà di reinserirsi nella società kosovara legata per la maggioranza delle famiglie a questioni economiche e all’impossibilità di trovare un lavoro. In questi anni le organizzazioni internazionali e il governo kosovaro hanno avviato programmi per aiutare le famiglie intenzionate a rientrare, partendo dalla ricostruzione dell’abitazione. Ma, nonostante questo, molte delle famiglie rientrate nel giro di pochi mesi sono ripartite per la Serbia o per l’Europa perché non avevano di che vivere. Nella sola municipalità di Klina, una delle realtà più avanzate per quanto riguarda i rientri, delle circa 900 persone rientrate dal 2005, quasi la metà sono ripartite. Un’emigrazione che, come per gli albanesi, riguarda in particolare i giovani e le famiglie con bambini piccoli. (09 aprile 2009)