Tra passato e futuro

KOSOVO

Viaggiare per le strade del Kosovo significa continuamente saltare tra passato e futuro, dal doloroso ricordo della guerra alla frenetica rincorsa del domani. Perché tra le nuove costruzioni, tra i luccichii dei centri commerciali e dei concessionari di automobili, scorrono velocemente dal finestrino come improvvisi flashback gli scheletri di abitazioni crivellate dai colpi, i cimiteri dei combattenti, le foto dei giovani morti o dispersi. Da qui, da queste colline verdi dove le distese di viti, vanto della produzione agricola kosovara ai tempi della Jugoslavia, sono oggi abbandonate, i tavoli delle diplomazie internazionali appaiono in un altro mondo. Lontano anni luce dai venditori di semi e castagne agli angoli delle strade, dai carretti trainati dai cavalli ma anche dalle auto di lusso e dai giovani che affollano gli internet point. Perché ci sono parole che ricorrono in maniera costante sulle bocche delle persone, indipendentemente dal villaggio, dall’etnia o dalla religione; parole come lavoro, disoccupazione e crisi suonano come un’unica continua cantilena. Comprensibile in un Paese in cui la disoccupazione oscilla tra il 40 e il 60%.Un sistema bloccato. Il Kosovo indipendente non è ancora riuscito ad imboccare la via dello sviluppo rischiando di rimanere intrappolato in problemi divenuti ormai cronici. Una società spaccata dove il divario tra ricchi e i poveri è costantemente cresciuto dalla fine della Jugoslavia. Da allora le fabbriche hanno iniziato una lunga decadenza conclusa, durante la guerra, con il collasso del sistema produttivo di una provincia, che già rappresentava l’area più povera dell’intera federazione. Da allora il tessuto economico non si è più risollevato: la maggioranza delle fabbriche e delle miniere, fonte principale dell’economia kosovara, è chiusa o abbandonata. Il Kosovo oggi è un Paese che non produce, dove la quasi totalità dei prodotti consumati è importata. Basti pensare che nel 2007 la bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) ha fatto registrate un passivo di quasi un miliardo e mezzo di euro. “Il continuo ricorso alle importazioni – spiega al Sir Lorena Martignoni, responsabile Kosovo di Ipsia, Istituto per la pace e lo sviluppo internazionale delle Acli – ha portato ad un generale aumento dei prezzi che potremmo definire europei, mentre i salari sono fermi da anni e, spesso, non sono sufficienti a mantenere una famiglia. Lo stipendio medio di un insegnante pubblico o di un medico è di 230 euro. Una cifra insufficiente se consideriamo i prezzi dei generi di prima necessità”. L’arte di arrangiarsi. La crisi è alimentata dalla carenza di corrente elettrica che può mancare per diverse ore al giorno, obbligando, chi può permetterselo, all’utilizzo di generatori a gasolio. Ma anche l’agricoltura, importante in un territorio dove il 60 per cento della popolazione vive in aree rurali e impegna quasi un terzo della popolazione, fatica ad organizzarsi, rimanendo relegata alla semplice sussistenza. In questa situazione sono molti a vivere grazie al lavoro nero o ad arricchirsi con i traffici illeciti che transitano attraverso il Kosovo, tappa della lunga via balcanica verso l’Europa. Per altri la sopravvivenza è ancora legata alle rimesse dei parenti che vivono in Europa o negli Stati Uniti. È difficile trovare una famiglia in Kosovo che non abbia almeno un parente emigrato alla ricerca di lavoro. Senza dimenticare il sostegno dato dalle organizzazioni nazionali ed internazionali, come la Caritas kosovara attiva a sostegno delle persone indigenti. L’ultima in ordine di tempo è stata l’apertura di una mensa dei poveri nel cuore di Pristina. “La nostra priorità – spiega al Sir il direttore di Caritas Kosovo, don Viktor Sopi – è la promozione della pace senza dimenticare la cura delle persone sole, la lotta contro il traffico di esseri umani e il sostegno ai tanti poveri che hanno bisogno d’aiuto. Grazie ad una donazione abbiamo recentemente costruito una mensa a Pristina – continua don Sopi – per offrire il pasto agli studenti poveri, il cui numero è in costante aumento. Il servizio, gestito dalle suore della parrocchia, funziona molto bene ma gli ambienti non sono abbastanza ampi da soddisfare le richieste d’aiuto”.(09 aprile 2009)