Ancora senza aiuti

HAITI

Donne giovani e anziane, bambini, ragazzi, uomini, tutti volontari, spalano la terra e rimuovono sassi e macerie del presbiterio con le mani e due carriole. Altri ricostruiscono uno scheletro di legno intorno all’altare, l’unica cosa rimasta in piedi nella parrocchia di santa Rosa da Lima, la più antica chiesa di Léogâne fondata 500 anni fa. Léogâne è la zona più toccata dal sisma e il 95% delle case è andato completamente distrutto. Era una cittadina di 220.000 abitanti prima del terremoto. Ora è un interminabile tappeto di edifici abbattuti alternati a baracche, i soliti ripari di fortuna con teli di plastica e poche tende dove vivono 10.000 sfollati. A migliaia sono fuggiti e si sono rifugiati nelle campagne. 3000 sono morti nelle case o in strada. Nelle strutture parrocchiali, interamente rase al suolo, al momento della scossa stavano distribuendo cibo all’aperto a 400 bambini. Sono riusciti a salvarsi tutti.Léogâne, città abbandonata. La denuncia del parroco, padre Marat Guiraud, sacerdote diocesano haitiano, è dura e accorata: "Non abbiamo ricevuto un solo dollaro per la costruzione della chiesa e siamo costretti a fare tutto da soli. Alla radio ci dicono di milioni e milioni di dollari di aiuti per Haiti, ma noi non abbiamo visto ancora nulla. Dove sono? Ci sono state fatte tante promesse, ma non abbiamo visto nessun risultato". Padre Guiraud, rimasto senza casa, chiesa e ambulatorio, racconta di aver ricevuto all’inizio dell’emergenza quattro camion dalla rete Caritas e alcuni aiuti da dominicani e canadesi. Caritas opera in alcuni campi con interventi sanitari e distribuzione cibo e tende. Poi tanti incontri con organizzazioni umanitarie di diversi Paesi ma pochi fatti. "E noi siamo stati fortunati perché abbiamo almeno avuto i camion della Caritas – aggiunge –. Le altre cinque parrocchie non hanno ricevuto nulla. Gli abitanti dei campi non hanno né cibo né tende, non c’è acqua né energia elettrica". Il parroco non nasconde la sua amarezza e il suo scoraggiamento: "La parrocchia è molto povera. Abbiamo cominciato a rimuovere le macerie da soli, ma ci manca il cemento, i chiodi, il legno, tutto il materiale per ricostruire. Eppure abbiamo presentato a tutti la nostra lista dei bisogni. Non possiamo far altro che vivere con un po’ di speranza. Non dimenticatevi di noi". Una radio per la speranza. Per cercare di rinfocolare questa speranza – nonostante tutto ancora presente nelle aspettative della gente, che vive ogni giorno di espedienti – la parrocchia ha allestito sotto una tenda una piccola emittente radiofonica, "Radio Amikal", che dà sollievo alla popolazione con musica, semplici programmi di intrattenimento e informazioni utili. Anche perché televisioni e giornali da queste parti non ce ne sono. L’unico mezzo di comunicazione usato da tutti è la radiolina portatile. Il giovane speaker haitiano è molto spigliato. Approfitta della presenza della rappresentanza di Caritas italiana per un’intervista in diretta, con domande che manifestano bisogni e fatica, ma anche un grosso desiderio di riscatto.L’appello delle Piccole Sorelle del Vangelo. "Le organizzazioni non governative (Ong) sono andate vie, stiamo vicino alla gente come possiamo, ma abbiamo un grande bisogno di aiuti. Il nostro dramma è che, come religiose, non possiamo accedere agli aiuti internazionali, che devono passare tramite le Ong". È l’appello di suor Luisa Dell’Orto, delle Piccole Sorelle del Vangelo, la Congregazione che si ispira al carisma di Charles de Foucauld. Suor Luisa, originaria di Lomagna (Lecco), è a Port-au-Prince da 7 anni, ma la missione nel poverissimo quartiere di Citè aux Cayes è iniziata 22 anni fa. Durante il terremoto una parte della loro scuola elementare è crollata, pur essendo stata costruita di recente con fondi Ue. "Erano state pensate con tetti robusti per resistere agli uragani – precisa la religiosa –. Invece hanno pesato troppo sulle colonne. Da 200 anni non c’erano terremoti ad Haiti". Un intervento iniziale della Protezione Civile italiana ha permesso la rimozione delle macerie e l’allestimento di tende, da utilizzare come aule scolastiche. Da due settimane sono potute riprendere le lezioni, con 260 iscritti, anche delle altre scuole distrutte. Non hanno avuto vittime ma nella vicina scuola comunale sono morti 21 bambini. "Gli uomini hanno scavato con le mani tirando fuori 150 persone – racconta suor Luisa –. I corpi sono stati portati nelle fosse comuni e non abbiamo potuto fare i funerali né seppellirli. Un vero strazio. Le famiglie non hanno nemmeno un luogo dove piangere i propri figli". "La popolazione ci ha protetto". Le religiose sono molto rispettate dalla popolazione di Citè aux Cayes. "Anche se abbiamo la pelle chiara – dice suor Luisa – subito dopo il terremoto ci hanno preparato uno spazio all’aperto per dormire con loro, per proteggerci". Gli stretti vicoli di Citè aux Cayes, invasi da macerie e ferri vecchi, fervono di micro-attività commerciali, ciabattini al lavoro, donne incinte, bimbi stracciati e tanti giovani che vagano senza far nulla, giocano a carte o si ammassano per strada davanti ad una vecchia televisione a guardare la telenovela del momento. "Qui è tutto immobile – aggiunge suor Franca Boetti, missionaria torinese nel Bronx, a New York, mandata qui per l’emergenza –. Gli uomini non hanno voglia di far nulla e si picchiano per banali motivi, solo le donne lavorano. Non ho mai visto nulla di simile". Le religiose forniscono aiuti nel campo di Jeremie. "Facciamo le maestre, le infermiere, accompagniamo le persone in ospedale, distribuiamo cibo, vestiti…", precisa. Nel misero accampamento schiacciato tra i ruderi, la religiosa avvicina una ragazza di 21 anni, Venanzis, che ha in braccio la figlia Rosalinda, di 1 mese. "Ha perso il marito e i genitori durante il terremoto – ci dice –, ora è stata accolta da una famiglia. Vivono in dieci in pochissimo spazio. Lei dorme con la neonata in una brandina. Stiamo cercando di procurarle un letto". Ora la speranza è data dalla riapertura della scuola e dalla ricerca di altri contatti con organismi umanitari. Hanno bisogno soprattutto di ruspe, acqua e servizi igienici. Davide Dotta, referente di Caritas italiana, da un mese a Port-au-Prince presso Caritas Haiti, informa che Caritas "sta valutando la situazione per vedere come sostenerle".Caritas italiana, i primi interventi. Sui 13 milioni di euro raccolti dalla Caritas italiana per gli aiuti ai terremotati di Haiti, 1 milione è stato speso per la prima fase di emergenza e 2 milioni saranno messi a disposizione per la seconda fase che si prevista per gli inizi di maggio. Precisa al SIR Dotta. "I primi soldi sono stati utilizzati per i bisogni più urgenti: cibo, acqua potabile, tende, latrine, docce – spiega –. Gli altri 2 milioni serviranno per continuare la fase di emergenza e iniziare la ricostruzione. In vista della stagione delle piogge e degli uragani dovremo cercare di spostare le persone in luoghi più adatti, ma non sarà facile". A Port-au-Prince sono 400 i campi censiti, ma insediamenti spontanei con ripari di fortuna e tende sono ovunque, per strada, in mezzo ai vicoli, nei terreni privati. "È un disastro immane – precisa Dotta –. Dopo due mesi e mezzo di aiuti internazionali la situazione è ancora estremamente fragile, perché la devastazione è estesa e tocca il cuore della città. I problemi sono numerosissimi e richiederanno una presenza degli operatori umanitari di lungo periodo".  Cibo per i bambini. A breve la rete Caritas comincerà a spostare i 2.000 sfollati del campo di Sainte Marie, dove dal 1° marzo, sei giorni su sette, vengono distribuiti pasti caldi per 1.900 bambini delle scuole limitrofe, tutte distrutte, in collaborazione con il World food program (Wfp) e la comunità locale. "Ogni bambino ha una tessera personale – spiega Charmelus Menès, coordinatore di Caritas Haiti –. Alcuni vengono qui alle cucine, oppure portiamo noi il cibo direttamente nelle scuole". Centinaia di bambini aspettano ordinatamente in fila fuori dal portone. Hanno tutti in mano una ciotola di alluminio, che viene riempita di zuppa calda. Una scena molto diversa dalla distribuzione in massa di riso del Wfp, gestita da Acted, nello stadio di Port-au-Prince. La fila di donne che ogni giorno attendono ore e ore sotto il sole è interminabile. Sono protette dai caschi blu della Minustah, la missione dell’Onu per la sicurezza, presente ad Haiti già prima del sisma. Sono le donne che porteranno a casa, con gran fatica, il pesante sacco di riso di 50 kg, da dividere in due famiglie. La maggior parte degli uomini rimane in strada a guardare o a bighellonare.a cura di Patrizia Caiffainviata SIR a Port-au-Prince(31 marzo 2010)