ABRUZZO, UN ANNO DOPO
Girare per L’Aquila, specialmente nelle ore di punta, significa passare da un ingorgo ad un altro, tra code, semafori e nuove rotatorie. Una conseguenza necessaria della riorganizzazione della città, data la chiusura del centro storico che rappresentava il cuore non solo sociale e religioso ma anche economico dell’intero territorio aquilano. La popolazione a L’Aquila era concentrata prevalentemente nella città vecchia e in alcuni quartieri residenziali a ridosso del centro, mentre tutto attorno sorgeva una serie di borghi che facevano da riferimento per i servizi alla città. Ora, a un anno dal sisma, attorno alla città non sono nati solo i nuovi insediamenti del piano Case, 19 aree per un totale di 183 palazzine a tre piani e 4.450 appartamenti, ma anche una nuova serie di negozi, locali e spazi commerciali. Ma, nonostante gli sforzi, sono ancora molte le attività chiuse e gli aquilani senza lavoro.Il problema del lavoro. "Molto è stato fatto in questi mesi per dare un tetto agli sfollati e la popolazione ha dato prova di forza di volontà nel voler rimanere a L’Aquila nonostante tutto. Ora, però, è necessario pensare al lavoro", dice don Juan de Dios Vanegas, responsabile della pastorale sociale e del lavoro dell’arcidiocesi. Il sisma non ha danneggiato solo le abitazioni ma anche diversi impianti industriali, aggravando una situazione di crisi, in particolare delle industrie manifatturiere, precedente al terremoto. Oggi nell’aquilano ci sono circa 8 mila lavoratori dipendenti in cassa integrazione e 8 mila autonomi che ricevono il contributo di 800 euro mensili destinato dallo Stato a chi ha perso il lavoro per il sisma. Secondo i dati dell’Inps, le ore autorizzate di cassa integrazione in Abruzzo nel 2009 sono aumentate del 439.7% rispetto al 2008, una cifra superiore al dato nazionale che segna un incremento del 311%. Oltre alle imprese manifatturiere, è stato colpito quel tessuto di commercianti e botteghe artigiane, fondamentali, insieme all’indotto creato dall’Università e dal turismo, per l’economia del territorio. Si stima che nel solo centro storico della città, ancora chiuso, siano circa 1.200 le attività ferme. Non mancano però storie di speranza: ditte che hanno riaperto, investendo capitali per costruire nuovi alloggi per i dipendenti, o botteghe artigiane che hanno voluto riaprire nonostante le difficoltà. Senza dimenticare il grande impegno da parte delle Istituzioni e della Protezione Civile che hanno permesso la riapertura di tutte le scuole, seppur in moduli prefabbricati, e dell’Università. Anche per l’Ateneo, nonostante il problema ancora irrisolto della mancanza di letti per gli studenti fuorisede (circa 13 mila dei 27 mila iscritti prima al 6 aprile), le lezioni sono riprese e l’inevitabile calo delle iscrizioni è stato contenuto al 20%.L’aumento delle richiese alla Caritas. A confermare le difficoltà crescenti di sempre più famiglie di fronte alle conseguenze del terremoto è Angelo Bianchi, vicedirettore di Caritas L’Aquila e responsabile del Centro di ascolto. "Dalla riapertura dei nostri sportelli l’estate scorsa racconta stiamo assistendo ad un costante aumento di richieste di aiuto soprattutto da parte di famiglie che sono in difficoltà economiche a causa del terremoto. Ai nostri utenti abituali, che già seguivamo prima del 6 aprile, si sono, infatti, aggiunte famiglie delle classi medie, entrate in crisi per la perdita del lavoro conseguente al sisma". Per cercare di aiutare l’economia aquilana a risollevarsi, nei mesi prossimi partirà un progetto di microcredito realizzato dal Consorzio finanziario Etimos, grazie ad un contributo di oltre 5 milioni di euro messo a disposizione della Protezione Civile. Un progetto al quale hanno collaborato anche realtà locali come la Caritas diocesana, le associazioni di categoria e la stessa arcidiocesi. "Il terremoto spiega Paolo Nicoletti, vicepresidente di Etimos non ha colpito solo chi ha subito danni materiali, ma anche quanti avevano a L’Aquila il loro mercato di riferimento. Il riavvio del tessuto produttivo diventa dunque prioritario per uscire dal congelamento economico dei mesi successivi al sisma. Questo è anche l’unico modo per sostenere le famiglie perché, in un contesto fatto di attività a conduzione familiare, sostenere la produttività significa sostenere le famiglie". (18 marzo 2010)