ABRUZZO, UN ANNO DOPO
Arriviamo a L’Aquila e subito ci dirigiamo verso il centro storico, l’ormai famosa "zona rossa" che, dalle settimane successive al sisma, è interdetta ai cittadini a causa dei troppi edifici pericolanti. Percorriamo Corso Federico II, una delle poche vie aperte tra ali di transenne. Arriviamo in piazza Duomo dove la situazione è come l’avevamo lasciata l’ultima volta, in dicembre, e la volta prima ancora. Ci addentriamo nella zona rossa. Camminiamo nel silenzio più totale tra portoni ancora aperti e tettoie pericolanti. Ai bordi dei viottoli le assi di legno utilizzate dai Vigili del Fuoco per i puntellamenti e altro materiale di costruzione portato dalle prime imprese che si sono messe al lavoro. Ad essere interessata è, però, solo una piccola parte degli edifici perché, a un anno dal sisma, la vera ricostruzione del centro storico non è ancora partita. Da poche settimane sono state delineate le linee guida che i sindaci dovranno seguire per la ricostruzione dei centri storici ma per vedere partire la vera ricostruzione sarà necessario aspettare ancora mesi.Le carriole e le macerie. Uno dei problemi principali rimane quello delle macerie. Secondo le stime del Comune di L’Aquila, sono tra i 4 e i 5 milioni le tonnellate di materiali da rimuovere dal centro della città. Vere e proprie montagne di detriti accatastate in piazze e vie, dove materiali diversi si trovano mescolati rendendo necessaria una separazione manuale. Secondo quanto stabilito dall’ultimo decreto per la ricostruzione, il tempo necessario per sgombrare è fissato in due anni ma ad oggi si fatica ancora ad individuare le aree in cui smaltire le macerie. È per spingere l’opinione pubblica a prendere coscienza di questa situazione che da settimane i cittadini aquilani si ritrovano con carriole e secchi nel centro storico per cercare di aiutare l’avvio della ricostruzione. Un gesto simbolico che ha ridestato l’attenzione sulla situazione della città. Domenica 20 marzo con loro, armato di pala, c’era anche mons. Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare di L’Aquila.La situazione degli sfollati. In questo anno l’attenzione della Protezione Civile e delle Istituzioni si è concentrata principalmente sugli sfollati. All’inizio di marzo, erano 17 mila le persone senza casa che hanno trovato un tetto grazie agli appartamenti del Piano Case, le palazzine antisismiche realizzate nel Comune di L’Aquila, e ai Map, le casette di legno realizzate in 28 Comuni del cratere. Vi sono però oltre 7 mila persone che vivono ancora in alberghi (2 mila e 500 sulla costa abruzzese), caserme e appartamenti messi a disposizione della Protezione Civile. Senza dimenticare le 27 mila persone senza casa che hanno preferito scegliere l’autonoma sistemazione, ovvero, la possibilità di trovare un alloggio in proprie seconde case, da parenti o in appartamenti presi in affitto, ricevendo un contribuito mensile dallo Stato tra i 400 e gli 800 euro a nucleo familiare.L’impegno della Chiesa. È in questo contesto che la Chiesa aquilana ha manifestato la volontà di collaborare alla ricostruzione del centro storico. Una volontà espressa chiaramente dall’arcivescovo, mons. Giuseppe Molinari, e dal vescovo ausiliare, mons. Giovanni D’Ercole, in un incontro con il Consiglio comunale di L’Aquila. In apertura della seduta di lunedì 8 marzo, l’arcivescovo ha espresso la "volontà sincera di tutta la Chiesa di dare la sua collaborazione al Comune in un momento così importante e decisivo per la nostra città". "La Chiesa ha detto mons. Molinari, accompagnato da 30 parroci della città è venuta qui oggi non a pretendere, a rivendicare o ad imporre. Ma solo a dare disinteressatamente tutta la sua collaborazione per il vero bene di questa nostra città e dei suoi cittadini". (18 marzo 2010)