Una difficile ripresa

Campo di Nowshera, a nord di Islamabad, gestito da Caritas Pakistan insieme ad una organizzazione musulmana. C’è un responsabile del campo, alcune aree sono più pulite e organizzate, altre meno. Intere famiglie sono rovinate dall’eroina fumata e iniettata. Ma il problema della tossicodipendenza, soprattutto in area rurale, non è di facile soluzione, perché non esistono servizi idonei. Caritas Pakistan fornisce cibo e assistenza sanitaria, con un ambulatorio rigidamente separato per uomini e donne, che serve sia gli abitanti dei campi, sia le popolazioni vicine, con più di 150/200 consultazioni al giorno. A descriverci la situazione dei campi degli sfollati delle alluvioni del luglio scorso – si parla di circa 7 milioni di persone – è Massimo Pallottino, collaboratore dell’ufficio “Asia” di Caritas italiana, in visita a Islamabad e Rawalpindi per fare il punto sugli aiuti insieme al proprio partner locale, Caritas Pakistan, che gestisce materialmente i soccorsi. Il piano d’intervento di Caritas internationalis prevede un impegno di 10,6 milioni di euro in cinque diocesi colpite (Multan, Quetta, Faisalabad, Rawalpindi/Islamabad e Hyderabad), con cibo, tende, medicinali, assistenza sanitaria e infrastrutturale. Caritas italiana ha stanziato finora 750.000 euro. Il Papa ha lanciato un appello per il Pakistan il 18 agosto scorso e anche la Cei ha messo a disposizione un milione di euro.Quali problemi incontrano, nei campi, le organizzazioni umanitarie?“Molti campi sono in zona pashtun, una cultura estremamente chiusa e refrattaria al contatto esterno. Anche l’arrivo delle Organizzazioni non governative (Ong) è visto molto male dalla gente, che li considerano invasori al soldo degli occidentali. Il fatto di essere Caritas, quindi una organizzazione cristiana, per certi aspetti aiuta, perché è comunque una organizzazione di credenti. Al contrario le Ong laiche non vengono viste bene. Il termine inglese ‘Ngo’ viene addirittura tradotto con ‘Non god organization’, che dal loro punto di vista è assolutamente da rifiutare”.Cosa succederà quando gli sfollati rientreranno nei propri villaggi?“La gente, appena può, va via, perché i campi non rispettano i minimi standard di vita, relazioni, cultura. Questo facilita lo svuotamento dei campi ma complica anche la riorganizzazione degli aiuti nei posti dove vivevano. Si cerca di attuare una strategia di ricostruzione e appoggio alla ripartenza, perché la preoccupazione maggiore è la mancanza di cibo. I campi sono stati sommersi, molti rifugiati sono stati ospitati dalle famiglie non toccate dalle alluvioni, che hanno consumato le loro riserve di cibo. In effetti si teme una crisi alimentare a livello nazionale. Sono tutti preoccupati di dare un minimo di possibilità di coltivare a chi lo può fare”.Quali problemi porrà la ricostruzione?“Prima di tutto bisogna comprare la terra per ricostruire. In Pakistan c’è un problema fondiario immenso. C’è una struttura quasi feudale, con una fortissima concentrazione della proprietà della terra. La gente non può ricostruire perché non possiede la terra. Se le case saranno ricostruite diventeranno proprietà dei ricchi, non di chi ci viveva”.Quale soluzione adotterà la Caritas?“In questa emergenza la Caritas non costruirà materialmente le case, ma darà i materiali necessari. È una soluzione vantaggiosa perché si adatta alla situazione di ogni provincia, che ha tipi diversi di abitazioni. Così si permette di ricostruire la casa dove si riesce ad ottenere un permesso. Questo è un problema soprattutto per i cristiani e le altre minoranze (indù, sikh, ahmadi) perché sono i più poveri, i senza terra, i salariati. Comprare la terra per ricostruire le case vuol dire fornire un aiuto durevole”. Quali conseguenze da questa catastrofe?“È una catastrofe veramente immensa. Si dice che 2.000 morti non sono poi così tanti rispetto ad altre tragedie, ma se si pensa che un quinto del Paese è andato sott’acqua è un fatto incredibile. Le conseguenze sono meno visibili nel breve periodo, ma ci sono alcuni elementi che stanno portando al collasso totale l’economia pakistana: lo zucchero è aumentato di due volte e mezzo il prezzo, la benzina è raddoppiata, l’energia è razionalizzata, le scuole sono chiuse un giorno alla settimana per risparmiare. Anche i prezzi delle derrate alimentari aumentano. Sarà importante capire cosa succederà nei prossimi mesi”.Come valuti l’intervento umanitario nel suo complesso?“L’intervento umanitario è un po’ disomogeneo. Ci sono zone facilmente raggiungibili, altre meno. Subito dopo la catastrofe era più facile accedere ad alcune aree, ma in questi giorni, con l’allerta sicurezza seguito alle bombe di Karachi, queste possibilità si stanno restringendo ulteriormente. Nella regione del Sindh, dove gli aiuti non sono sufficienti, il malcontento sta crescendo. Questo si innesta in una situazione interna molto complessa, con diversi gruppi etnici in forte dialettica tra di loro. Perché la contrapposizione non è musulmani contro non musulmani: le ultime vere bombe sono state messe contro i sufi, gli sciiti, gli ahmadi. Anche se c’è un governo civile, ricordiamo che il Paese è uscito da una dittatura militare. E spesso non è in grado di controllare questa macchina”.a cura di Patrizia Caiffada Islamabad – Pakistan(17 novembre 2010)