I postumi dell’alluvione

Un’enorme frana dalle montagne che solleva nuvole immense di terra e acqua che portano via con sé vite umane, abitazioni, animali, campi coltivati. E il lago, l’Hunza lake, cristallino tra le montagne, colpito da questa imponente deflagrazione naturale, che lo rende, in un attimo, scuro e vuoto di vita, inaccessibile alle popolazioni e ai trasporti. È la scena, colta sul momento, che Caritas Pakistan riporta in un video in cui descrive la prima fase di aiuti agli alluvionati del luglio scorso nella Hunza Valley, 75 km a nord di Islamabad, dove hanno consegnato, con camion ed elicotteri, tende, lenzuola, cucine, kit igienici a 678 famiglie. Nel video colpiscono le testimonianze delle vittime, tutti musulmani, che ringraziano l’organizzazione cattolica per i soccorsi immediati. Finora sono state raggiunte 11.000 famiglie, ma l’obiettivo è di aiutare almeno 12.490 famiglie (170.000 persone). La fase di emergenza non è ancora finita, secondo le Nazioni Unite sarà ultimata verso la fine di gennaio. La catastrofe ha fatto 2.000 vittime, colpito 20 milioni di persone, lasciato un quinto del Paese sott’acqua (molte aree del Sindh sono ancora sommerse) con 43 miliardi di dollari di danni. Solo il 30% dei circa 7 milioni di sfollati ha fatto ritorno alle proprie case. La maggior parte vive nei campi, mentre centinaia di migliaia di persone non hanno ancora ricevuto aiuti. Cifre enormi, in un Paese di 180 milioni di abitanti. Un’emergenza estesa e complessa. In questa emergenza estesa e complessa, Caritas Pakistan lavora in stretta collaborazione con le organizzazioni umanitarie musulmane e il governo. Spesso sono i militari a distribuire gli aiuti Caritas. È ancora presto per parlare di ricostruzione, anche se è iniziata la distribuzione di materiali edilizi per permettere a chi torna nei villaggi di ricostruire le proprie case nello stile della zona, soprattutto al nord, dove l’inverno è già iniziato. “Ci sono state troppe perdite in termini di infrastrutture, abitazioni, coltivazioni, vie di comunicazione – ci racconta Anila Gill, direttrice di Caritas Pakistan, 35 anni, madre di un bimbo di 2 anni -. Ci vorranno molti anni per ricostruire tutto”. Nel frattempo, in coincidenza con la stagione della semina, vengono distribuite sementi, per cercare di far ripartire almeno l’agricoltura, duramente colpita dalle alluvioni, insieme agli allevamenti (sono morti 1,2 milioni di animali). “Questo è il periodo della semina del grano nel Punjab – precisa Eric Franklin Dayal, coordinatore dell’area disastri di Caritas Pakistan -, poi in estate vi sarà la semina di altri cereali, del riso e del cotone”. Sanità e traffico di esseri umani. L’organizzazione caritativa ha anche allestito, nei suoi campi, ambulatori medici per tutta la popolazione, con visite rigorosamente separate per uomini e donne. La situazione sanitaria delle donne è molto difficile: “Per problemi culturali non si fanno visitare da medici uomini, ma mancano dottoresse – fa notare Gill -. In una società dominata dai maschi, le donne sono le più vulnerabili. Cerchiamo di seguire maggiormente le donne incinte, i bambini, i disabili, i genitori single che hanno perso tutto”. C’è poi il timore del traffico di donne e bambini nei campi. “In passato si sono verificati dei casi – spiega Gill -. Ma oggi pare che il governo intenda assicurare maggiore sicurezza nei campi. Purtroppo in Pakistan 1.500 ragazze arrivano ogni giorno dal Bangladesh. Vengono vendute per lavori domestici o sfruttamento sessuale”.C’è ancora molto da fare. “C’è stata una risposta della comunità internazionale, ma non abbastanza – osserva Elly Xenou, di Caritas international, che coordina il lavoro delle diverse Caritas nazionali presenti sul territorio (tra le quali Catholic relief service, Cordaid, Caritas svizzera e irlandese) -. L’appello delle Nazioni Unite, che ha chiesto 2 miliardi di dollari, è stato coperto solo per il 45%. È un disastro immane e c’è ancora molto da fare. Ci sono milioni di persone colpite e la comunità internazionale dovrebbe dimostrare un impegno di lungo periodo per superare questa crisi”. Inoltre, le organizzazioni umanitarie lavorano in Pakistan in condizioni molto difficili in termini di sicurezza. A livello interno circolano dei rapporti (delle Nazioni Unite, del governo, dei servizi segreti) che avvisano gli operatori sull’aggravarsi delle tensioni – manifestazioni, attentati, omicidi – e quindi sui maggiori rischi. Soprattutto alle frontiere, nelle aree tribali, la situazione non è ancora sotto controllo e alle agenzie umanitarie è impedito di portare aiuti. “Auspichiamo che ci crei uno spazio umanitario per far entrare le Ong e le Nazioni Unite in queste zone isolate e senza aiuti – dice Xenou -. Se queste aree rimarranno chiuse tante persone innocenti soffriranno ancora di più”.C’è poi la delicata condizione delle minoranze. “La comunità cristiana è una minoranza molto esposta alle discriminazioni – conferma Xenou -. Molti cristiani sono poveri perché il sistema delle caste si è trasformato in un sistema di classi sociali, quasi feudale. Chi appartiene alle classi basse ha più difficoltà di accesso all’istruzione. Purtroppo in Pakistan il livello dell’educazione è molto basso, così si possono creare molti fraintendimenti riguardo alla religione”. Però, precisa la coordinatrice di Caritas internationalis, di nazionalità greca ma vive in Pakistan da tre anni, “la gente è molto calorosa e accogliente, il fondamentalismo non appartiene alla loro cultura. Spero proprio che questo fenomeno sia sconfitto presto. Penso che le diverse comunità possono vivere insieme pacificamente e sostenersi reciprocamente, come dimostra la storia antica di questo Paese”.a cura di Patrizia Caiffada Islamabad – Pakistan(19 novembre 2010)