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Diocesi: Rolandi (“La voce del popolo” – Torino), con l’assessorato alle “famiglie” una “discutibile modifica al vocabolario”

“Sul tema famiglia è determinante non perdersi in forme nominalistiche o ideologiche che spesso nascondono obiettivi diversi”, così Luca Rolandi nell’editoriale pubblicato su “La voce del popolo“, il settimanale diocesano di Torino. Nell’editoriale il direttore prende posizione sull’assessorato alle “famiglie” promosso dal neo sindaco Chiara Appendino. “Se la vita è relazione e da questa relazione si riproduce vita, resta il fatto ontologico per il quale la famiglia è composta da un uomo e una donna”, scrive Rolandi che ricorda la lettera alla città dell’arcivescovo Cesare Nosiglia, dove si legge: “La famiglia è il primo luogo in cui si costruisce il capitale umano, lo spazio di creatività dove ogni persona apprende la grammatica degli affetti e la sintassi delle relazioni. In famiglia la fraternità non è ideologia ma esperienza vitale che porta ciascun soggetto ad accedere con responsabilità allo spazio sociale”. Per questo, sottolinea il direttore de “La voce del popolo”, “colpisce che il nuovo assessore torinese alle Pari Opportunità Marco Giusta ritenga di omologare tutte le forme di relazione sotto lo stesso nome plurale di ‘famiglie’, senza distinguere. Il primo atto della Giunta di Chiara Appendino, venerdì 1 luglio, è stato questa discutibile modifica al vocabolario del Comune: nasce l’Assessorato ‘alle Famiglie’; tutti gli atti municipali useranno d’ora in avanti il termine ‘famiglie’, generico, comprensivo di tutto”. Rolandi evidenzia che “l’iniziativa torinese perde di vista il dettato costituzionale” dell’art. 29, in ragione del quale “si è sempre parlato di politiche per la famiglia”. “Dalla legge Cirinnà  – continua – è arrivato il riconoscimento dei diritti civili anche ad altre forme di convivenza, anche alle coppie omosessuali, ma il passo compiuto a Torino va molto oltre, cancella, a partire dal vocabolario, la specificità delle situazioni”. Inoltre il provvedimento è stato preso rapidamente: “perché non ascoltare la città, quanto meno il Consiglio comunale, prima di procedere con un passo di così grande rilievo simbolico, oltre che amministrativo?”. “Non si tratta di riproporre steccati riesumando antiche e superate lotte tra clericali o anticlericali – spiega Rolandi -, ma ragionare di famiglia in modo più ampio e profondo, cogliendo l’essenza della questione”. “Piuttosto ci interroghiamo – conclude -: a cosa serve omologare, cancellare fin dal vocabolario la peculiarità delle situazioni? Perché assimilare il matrimonio alle forme che desiderano distinguersi? Perché non affrontare le situazioni, sul piano dei diritti e dei doveri, ciascuna nel suo specifico? Sarebbe stato utile poterne discutere”.