Sessione estiva

Dialogo interreligioso: stamattina al Sae l’editore Volgemann ha raccontato la storia della sua famiglia

Stamattina, nella prima giornata di lavori della 53ª sessione di formazione ecumenica del Segretariato attività ecumeniche (Sae), sul tema “Di generazione in generazione” è intervenuto anche l’editore Daniel Vogelmann, che ha raccontato: “Sono nato ebreo nel 1948. Ovviamente, non per mia scelta. C’è chi dice che nascere ebrei sia una disgrazia (più o meno rimediabile), c’è chi dice che sia una fortuna, e c’è chi resta (saggiamente?) nel dubbio. Contando i miliardi di individui che popolano la terra è molto improbabile nascere ebrei. Nel 1948, poi, se da una parte le giovani e meno giovani coppie di ebrei, una volta passata la bufera, desideravano senz’altro procreare, non bisogna dimenticare a quanti uomini e donne la Shoah ha impedito di farlo. Per non parlare dei bambini uccisi appena nati”. Vogelmann ha poi parlato più dettagliatamente della sua famiglia: “Mia madre era un’ebrea italiana abbastanza assimilata. Rimasta vedova a venticinque anni alla vigilia dell’8 settembre è dovuta subito correre a nascondersi con un figlio di quattro anni prima da una famiglia di conoscenti e poi, grazie a Don Casini, in un convento. Mio padre, invece, apparteneva a una famiglia ortodossa polacca con tanto di rabbini e studiosi. E anche in Italia continuò a essere un ‘buon’ ebreo avendo fra l’altro sposato la figlia del rabbino di Torino Dario Disegni. Lui, la moglie e la figlia di otto anni furono arrestati dalla polizia fascista a Sondrio (cercavano di fuggire in Svizzera) e spediti ad Auschwitz. Mio padre tornò solo a Firenze. Poi si sposò con la donna che sarebbe diventata mia madre e nel 1948 sono nato io. E così il cerchio apparentemente si chiude”.