Intervista
È una iniezione di acido fenico che il 14 agosto 1941 pone fine alla vita del francescano padre Massimiliano Maria Kolbe, poi beatificato da Paolo VI e canonizzato da Giovanni Paolo II. Kolbe, rinchiuso ad Auschwitz, si era offerto di morire al posto di un altro prigioniero, padre di famiglia. “È un vero figlio di san Francesco, di cui ha saputo cogliere lo spirito” afferma al Sir fra Marco Tasca, ministro generale dei Frati minori conventuali, al cui Ordine apparteneva padre Kolbe: “Penso al XVI capitolo della Regola non bollata, dove si legge che i frati che vanno tra chi non crede hanno due modi per testimoniare la loro fede. Il primo è che si vogliano bene. Poi, quando il Signore vorrà, potranno annunciare anche il Vangelo”. A settantacinque anni dalla morte, l’Europa attraversa nuovamente tempi difficili: terrorismo, immigrazione, muri che tornano a innalzarsi e populismi che dilagano. Non è cambiato niente da allora? “La secolarizzazione avanza minacciosa e l’Europa procede verso la scristianizzazione. Dobbiamo rendercene conto, anzi lo avremmo dovuto fare già da anni. Le due guerre mondiali sono state combattute da cristiani. La prima addirittura tra cattolici, la seconda con protestanti e ortodossi. Fratelli che si ammazzano. Abbiamo faticato a comprendere la realtà, da allora ad oggi, proseguendo con il solito cliché senza spostarci neanche di un millimetro. Kolbe, invece, ha colto la provocazione che veniva dal mondo e ha immaginato una risposta. È un compito che ancora adesso è affidato a noi…”.