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Rifugiati: le testimonianze di due giovani all’incontro “Mediterraneo, un mare di ponti”

“Io, che sono musulmano, ho trovato in questa comunità cristiana il calore di una famiglia, ho visto che Dio non mi aveva abbandonato, ho trovato amicizia e amore. Adesso sono contento perché posso continuare a studiare e imparare tante cose. Ringrazio Dio, la Comunità di Sant’Egidio e tutti gli italiani per l’accoglienza fatta a noi”. Lo ha affermato Alou Badara Sanogo, giovane ventiduenne del Mali, portando la sua testimonianza durante l’incontro “#cartadileuca.0 – Mediterraneo, un mare di ponti” (11-14 agosto 2016), svoltosi in Puglia per iniziativa della Comunità di sant’Egidio e della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca. “Il 20 aprile del 2012 – h raccontato il giovane – nel Mali è scoppiato un conflitto e siccome mio zio è nell’esercito, la mia famiglia è stata minacciata: soprattutto i giovani della famiglia non potevano più uscire per andare a scuola, al lavoro o all’università”. “Sono stato obbligato a fuggire per cercare un luogo tranquillo dove poter vivere e studiare”, ha spiegato, ripercorrendo le sue traversie prima in Niger e poi in Libia. “Ho attraversato il Mediterraneo con una piccola barca insieme ad altre 97 persone” e “tre sono morte durante il viaggio perché non avevamo più acqua e cibo. Dopo quattro giorni persi in mezzo al mare ci ha salvato una nave che ci ha portato in Italia, a Siracusa”. Alla fine è giunto a Roma, “dopo un viaggio di quasi due anni, sempre nella paura, sempre a fuggire”.
Per spiegare l’importanza dei corridoi umanitari è stata ripercorsa anche la storia della siriana Rasha Khalil Maish per la quale, con la sua famiglia, “la vita a Damasco era una vita da esuli ma tranquilla”. “Eravamo felici, poi è arrivata la guerra, poi sono arrivati quelli dell’Isis”. Rasha, 35 anni, è uno dei 93 profughi che il “corridoio umanitario” – progetto promosso da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste – ha portato dal Libano a Roma. Ma prima, a causa della guerra, ha perso completamente la vista per via di una scheggia. Viveva a Yarmouk, il più grande campo palestinese in Siria: “Prima ci ha bombardato l’esercito, poi è cominciata la guerra dentro il campo”, ha ricordato. E poco dopo sono arrivati “quegli uomini vestiti di nero con le barbe lunghe, terribili”.