Fede dietro le sbarre
È cominciato con gennaio il mandato ufficiale di due anni per il coordinamento della cura spirituale dei detenuti che il Consiglio cristiano delle Chiese svedesi ha ricevuto in autunno dal Servizio svedese per le prigioni e la libertà vigilata, istituzione che fa parte integrante del sistema legale svedese. Sono circa 150 i sacerdoti, pastori, diaconi e assistenti pastorali a disposizione nelle 46 case circondariali del Paese. In ogni centro di detenzione esiste un Consiglio per la cura spirituale (Nav) che nomina un sacerdote della Chiesa di Svezia, un pastore di una delle chiese libere, un prete cattolico, un sacerdote ortodosso, ne cura la formazione e ne coordina il servizio. L’imam è nominato dal consiglio islamico danese. I diversi Nav fanno capo a un Comitato direttivo nel quadro del Consiglio delle Chiese. Se fino allo scorso anno i Nav già lavoravano intensamente nelle prigioni, questo incarico è “un atto di fiducia posto nel consiglio delle Chiese”, ha dichiarato la segretaria generale Karin Wiborn. Tra i compiti dei cappellani è la conversazione personale, l’organizzazione di servizi religiosi e iniziative, la responsabilità dei volontari. I detenuti che lo desiderano , ovunque siano, possono fare richiesta di vivere una esperienza di ritiro spirituale presso il carcere maschile di Kumla e il penitenziario femminile a Frövi, per “riscoprire se stessi attraverso il silenzio e la contemplazione”. “Il ritiro – viene specificato – non è un corso di fede cristiana”.