Cinema e malattia
Nei cinema dal 2 febbraio “Ho amici in Paradiso” di Fabrizio Maria Cortese, commedia ambientata nel Centro Don Guanella di Roma. Quando il cinema racconta la malattia con ironia: da “Quasi amici” a “Il lato positivo”, non dimenticando la serie Braccialetti rossi
Affrontare la malattia con un sorriso si può. Negli ultimi anni, infatti, il cinema (così come la fiction Tv) ha ripensato le modalità di racconto della malattia, non solo in chiave drammatica, ma anche attraverso la commedia o il dramedy.
Ultimo in ordine di tempo è il film “Ho amici in Paradiso” (2016) di Fabrizio Maria Cortese, prodotto da Golden Hour Films e Rai Cinema, con il supporto dell’Opera Don Guanella, con il patrocinio dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali Cei e della Fondazione Ente dello Spettacolo. Nelle sale italiane dal 2 febbraio, il film è stato presentato in anteprima ad Alice nella Città | Festa del Cinema di Roma 2016 e nella Filmoteca Vaticana della Santa Sede.
La disabilità mostrata con ironia
Il regista Fabrizio Maria Cortese ha trascorso due anni nel Centro Don Guanella di Roma, sotto la guida attenta ed energica di don Pino Venerito. L’obiettivo era quello di raccontare in maniera rispettosa e realistica l’attività quotidiana del centro riabilitativo, le esistenze di coloro che lo animano, tra ospiti e operatori. Un lavoro di pre-produzione importante, visto che il film “Ho amici in Paradiso” risulta convincente proprio grazie al modo in cui vengono rappresentati i disabili, al modo in cui sono coinvolti nel racconto, lontano da stereotipi o da mielosi pietismi.
La storia. Felice Castriota (Fabrizio Ferracane) è un pregiudicato, cui vengono concessi i servizi sociali. Al Centro Don Guanella di Roma, Felice è chiamato a occuparsi di persone con disabilità fisica e mentale. L’impatto è duro. Felice non vuole integrarsi né aiutare le persone intorno a lui; è centrato nel suo egoismo, pronto solo alla fuga. Grazie però alla tenacia di don Pino (Antonio Catania), alla complicità con la psicologa Giulia (Valentina Cervi) e all’incontro con i disabili, in particolare con Antonio (l’attore Antonio Folletto), il protagonista inizierà a vedere le cose in maniera diversa.
Se l’impianto narrativo può apparire abbastanza lineare, a conferire spessore al film è il grande lavoro fatto dal regista – autore anche della sceneggiatura – insieme ai suoi interpreti, attori professionisti e non. E sono proprio i non-professionisti, i veri ospiti del Don Guanella, a illuminare la storia, a entusiasmare con tenerezza. Cortese ha saputo trovare la cifra giusta per integrarli nella narrazione, senza “approfittarsi” della loro condizione; li ha coinvolti, mantenendo la loro sana spontaneità. “Ho amici in Paradiso” si rivela, dunque, una storia di disabilità – fisica, quella dei malati, esistenziale, quella di Felice, in cerca di un posto nel mondo -, dove si accende una luce di speranza.
Da Quasi amici a Braccialetti rossi
Oltre a “Ho amici in Paradiso”, per la Giornata Mondiale del Malato, l’11 febbraio, ci sono molti film che possono costituire un’occasione interessante per riflettere sulla malattia, anche da un punto di vista diverso. Anzitutto “Quasi amici” (“Intouchables”, 2011) di Eric Toledano e Olivier Nakache, film francese campione di incassi e tratto da una storia vera, che affronta la condizione di un tetraplegico in maniera goliardica e irriverente, associandola a quella di un immigrato delle banlieue parigine.
Ancora, “Il lato positivo” (“Silver Linings Playbook”, 2012) di David O. Russell, dal romanzo di Matthew Quick, storia di fragilità e malattia mentale (disturbo bipolare), dove la famiglia gioca un ruolo determinante nel riaccendere la fiducia nella vita del protagonista; allo stesso modo anche “Teneramente folle” (“Infinitely Polar Bear”, 2015), opera con cui la regista Maya Forbes mette in gioco il proprio vissuto affettivo.
Non sono poi da dimenticare “50 e 50” (“50/50”, 2011) di Jonathan Levine oppure i fenomeni più giovanili “Colpa delle stelle” (“The Fault in Our Stars”, 2014) di Josh Boone, dal libro di John Green, l’italiano “Bianca come il latte, rossa come il sangue” (2013) di Giacomo Campiotti, ispirato al best-seller di Alessandro D’Avenia, e la serie di Rai Uno “Braccialetti rossi” (2014-2016), tratta dal libro-esperienza di Albert Espinosa.
Un modo, dunque, “altro” per confrontarsi con la malattia, senza rimanere ostaggi di drammi struggenti, per scoprire che la rivincita dinanzi al male può nascere anzitutto da un sorriso.
(*) Commissione nazionale valutazione film Cei