Società
“Suggerire o legalizzare l’astensione dell’intervento sanitario verso l’uomo in fin di vita, incapace di intendere e di volere, significa oggettivarlo e negare la sua partecipazione alla vita della società. Il momento della sua uscita dal tempo appartiene alla sua identità e stabilità, nel tempo e oltre il tempo”. Lo ha detto oggi mons. Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma, delegato per la pastorale della salute, intervenendo al convegno “Oltre il fine vita. La dignità del morire”, che si è svolto nell’Aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense, in occasione della XXV Giornata mondiale del malato. “È compito del sanitario verificare la richiesta del paziente, la quale nel cambiamento d’epoca potrebbe essere ideologica, ossia espressione di un concetto di salute che esuli dalle competenze specifiche del sanitario”, ha aggiunto. Di qui “l’importanza, in una società democratica, del codice deontologico e il ruolo culturale della professione sanitaria. Educare a distinguere ciò che è sanitario da ciò che è ideologico è quanto mai urgente e indilazionabile”.
Per mons. Leuzzi, “garantire la dignità del nascere e del morire è la vera sfida del cambiamento d’epoca. Non si tratta di riaffermare le norme etico-morale, ma di promuovere una vera progettualità sociale che non esclude nessuno, ma accompagna e sostiene tutti gli uomini nella loro esperienza di storicizzazione, ciò a dire nell’essere protagonisti della propria biografia”. “Annunciare l’immortalità non è specifico del Cristianesimo. Il Cristianesimo deve annunciare la vita eterna per promuovere la società del noi-tutti, dove la vita dell’uomo è sacra perché aperta alla comunione dell’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio. È l’annuncio che la morte è stata vinta e che l’uomo non vive più nella solitudine e nella separazione”, ha concluso il presule.