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Comunicazione: mons. Viganò (SpC), no al “pettegolezzo”, sì a “un linguaggio positivo”

“Una forma di comunicazione che non ha nulla da spartire con l’attenzione all’altro e con la comprensione reciproca, eppure gode sempre di ottima salute”. Così mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione (SpC), classifica “il pettegolezzo”, un “vezzo” diffuso “anche in ambito ecclesiastico”. Nell’intervento, anticipato al Sir, con cui interviene oggi al seminario organizzato all’Istituto universitario Sophia di Loppiano dal Centro Evangelii gaudium, in collaborazione con la Rete europea risorse umane, sul tema “L’ascolto nelle dinamiche comunicative nella Chiesa di Papa Francesco”, Viganò spiega che “il pettegolezzo non avrebbe alcuna efficacia se non accettassimo di esserne un po’ tutti coinvolti. Questo, infatti, si diffonde in maniera pervasiva solo volontariamente e sulla base di un interesse proprio. È la forma tipica di pratica virale di tipo reticolare, per cui, assai prima dell’avvento della rete web, il pettegolezzo può essere usato in chiave strategica per rinegoziare legami sociali. Può, dunque, avere a che fare con logiche politiche ed ecclesiastiche”. In questo orizzonte, puntualizza il prefetto SpC, “Papa Francesco ci invita a usare un linguaggio positivo, che non insiste tanto su quello che non si deve fare, ma va alla ricerca per proporre quello che si può fare meglio. Se ci sono degli aspetti negativi da denunciare, facciamoli seguire da prospettive positive d’impegno, per non diventare dei professionisti del lamento e della nostalgia, specializzati in rimproveri ed esperti di negatività. Se ascoltiamo le persone saremo in grado di capire le loro necessità”. Da qui la necessità di “imparare l’ascolto da persona a persona, come avviene nelle famiglie, affinché la vita di ciascuno sia condivisa da tutti e le scelte siano frutto della comunione e del cammino fatto insieme”.