Salute
(Bologna) “Non basta fermarsi accanto alle persone malate. Bisogna anche far sentire la voce della giustizia, la denuncia della povertà sanitaria del Sud Italia, della mancanza di rispetto della dignità dei più fragili, dell’avanzare di una cultura funzionalistica. Ma ogni denuncia va accompagnata dalla testimonianza della carità, con opere-segno che, per quanto piccole, danno speranza”. Lo ha detto questa mattina don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, chiudendo, a Bologna, il XIX Convegno nazionale dei direttori degli uffici diocesani e degli operatori di pastorale della salute. Don Arice ha invitato a “moltiplicare i tavoli-osservatori nelle diocesi” e ha ribadito l’importanza della “formazione dei cappellani per l’assistenza negli ospedali e degli operatori sanitari”. “Il tema della Giornata mondiale del malato del prossimo anno – ‘Maria ai piedi della croce’ – si collega a quello del fine vita”, ha evidenziato don Arice, chiedendo ai presenti “un’attenzione particolare a queste questioni. Dobbiamo farlo bene, in modo intelligente, non soltanto denunciando ma anche promuovendo culturalmente le questioni e, per quanto possibile, con un apporto giuridico-legislativo”. “È importante che sempre più facciamo svegliare il tema della domanda di senso di fronte alla malattia e alla morte, che un tempo era scontata e oggi è occultata ed elusa”. “È da come concepisco la morte che capisco la vita, le terapie, le relazioni”, ha aggiunto. “Se si elude questo significa disumanizzarsi”, ha concluso, evidenziando che “perché le persone non arrivino a chiedere la morte c’è bisogno di accompagnamento e di senso”.