Visita pastorale
“La diocesanità è la porzione del popolo di Dio che ha la faccia: nella diocesanità c’è la faccia del popolo di Dio. La diocesi ha fatto, fa e farà la storia”. Ne è convinto il Papa, che nella parte finale del discorso al clero e ai religiosi di Genova ha fatto notare che “tutti siamo inseriti nella diocesanità, e questo ci aiuta a far sì che la nostra fede non sia teorica ma sia pratica”. “Ogni carisma è un regalo per la Chiesa universale”, ha ricordato Francesco, ma “tutti i carismi nascono in un posto concreto, molto unito alla vita di quella diocesi concreta. Non nascono dall’aria. Poi il carisma cresce, cresce, cresce e ha un carattere molto universale, ma sempre con la radice nella diocesanità”. “Se diciamo francescani, quale posto ci viene in mente? Assisi”, l’esempio citato: “Questo ci insegna ad amare la gente nei posti concreti: la concretezza della Chiesa la dà la diocesanità. Questo non vuol dire uccidere un carisma, aiuta il carisma a farsi più reale, più visibile, più vicino. Quando l’universalità di un istituto religioso si dimentica di inserirsi nei posti concreti, delle diocesi concrete, quest’ordine religioso alla fine si dimentica da dove è nato. Si universalizza al modo delle Nazioni Unite. Non c’è quella concretezza della diocesanità. Istituti religiosi volanti non esistono: la radice è sempre la diocesi, e responsabile è il vescovo. Un carisma che abbia la pretesa di non prendere sul serio l’aspetto della diocesanità e si rifugia soltanto negli aspetti ad intra, lo porterà a una spiritualità autoreferenziale e non universale”. Altra parola chiave affidata ai religiosi: “disponibilità”, per “andare dove c’è più bisogno, più necessità”, verso “tutte le periferie, non solo quelle della povertà, anche quelle del pensiero, tutte”. Disponibilità, per il Papa, è anche “revisione delle opere”, che implica la capacità di “essere disponibili ad andare oltre, sempre oltre. Non aver paura dei rischi”.