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Diocesi: Milano, lettera card. Scola al termine della Visita pastorale. “Chiesa di popolo” in una realtà secolarizzata

Una lettera a “tutti i battezzati, le donne e gli uomini delle religioni e di buona volontà”, per “esprimere la mia gratitudine per il dono della Visita pastorale feriale giunta alla sua conclusione”. La firma l’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, perché sia diffusa in tutte le parrocchie ambrosiane. Scola descrive anzitutto le varie fasi in cui si è sviluppata la visita alla diocesi, la quale “ha consentito a me e ai miei collaboratori di toccare con mano la vita di comunione in atto nella Chiesa ambrosiana, non certo priva di difficoltà e di conflitti e tuttavia appassionata all’unità”. I diversi passaggi della visita, che ha toccato le oltre 1.100 parrocchie della diocesi, “hanno confermato ai miei occhi la vitalità di comunità cristiane non solo ben radicate nella storia secolare della nostra Chiesa, ma capaci di tentare, su suggerimento dello Spirito, adeguate innovazioni. Questa attitudine di disponibilità al cambiamento l’ho toccata con mano sia nelle parrocchie del centro” di Milano, “sia nelle grandi parrocchie di periferia, esplose negli ultimi sessant’anni, sia nelle città della nostra diocesi, sia nelle parrocchie medie e piccole”. L’arcivescovo osserva: “È stata però la Visita del Papa a farmi cogliere nitidamente l’elemento che unifica le grandi diversità che alimentano la nostra vita diocesana”.

“La venuta tra noi del Santo Padre è stata, infatti, un richiamo così forte da rendere visivamente evidente che la nostra Chiesa è ancora una Chiesa di popolo. Certo, anche da noi il cambiamento d’epoca fa sentire tutto il suo peso. Come le altre metropoli, siamo segnati spesso da un cristianesimo fai da te”. “Non manca confusione su valori imprescindibili; spesso non è chiaro il rapporto tra i diritti, i doveri e le leggi…”. “Ma è inutile insistere troppo sull’analisi degli effetti della secolarizzazione su cui ci siamo soffermati in tante occasioni. Più utile, anzi necessario, è domandarci – con ancora negli occhi il popolo della santa messa nel parco di Monza, l’incontro con i ragazzi a San Siro, l’abbraccio al Santo Padre degli abitanti delle Case bianche e dei detenuti di San Vittore, e soprattutto la folla che ha accompagnato la vettura del Papa lungo tutti i 99 km dei suoi spostamenti – che responsabilità ne viene per noi? Come coinvolgere in questa vita di popolo i tantissimi fratelli e sorelle battezzati che hanno un po’ perso la via di casa? Come proporre con semplicità in tutti gli ambienti dell’umana esistenza la bellezza dell’incontro con Gesù e della vita che ne scaturisce? Come rivitalizzare le nostre comunità cristiane di parrocchia e di ambiente perché, con il Maestro, si possa ripetere con gusto e con semplicità a qualunque nostro fratello ‘vieni e vedi’? Come comunicare ai ragazzi e ai giovani il dono della fede?”. La lettera aggiunge: “In una parola: se il nostro è, nelle sue solidi radici, un cristianesimo di popolo, allora è per tutti. Non dobbiamo più racchiuderci tristi in troppi piagnistei sul cambiamento epocale, né ostinarci nell’esasperare opinioni diverse rischiando in tal modo di far prevalere la divisione sulla comunione”.