Visita Papa
“Aung San Suu Kyi è come un’infermiera che deve accudire un paziente che sta uscendo da una lunga malattia. Il Myanmar è stato malato di totalitarismo per 60 anni”. Lo ricorda in una intervista al Sir il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, in vista della visita di Papa Francesco in Myanmar dal 27 al 30 novembre. “Con la questione musulmana nello Stato di Rakhine è vero che lei ha tardato a pronunciarsi”, dice il card. Bo a proposito della crisi dei Rohingya in fuga verso il Bangladesh a causa della pulizia etnica dell’esercito del Myanmar. “Noi lo abbiamo puntualizzato in molte interviste ma lei non ha condannato la violenza – ricorda -. Ha promesso di consegnare alla giustizia tutti coloro che hanno violato la legge e i diritti umani. Ma questo è un compito arduo. Purtroppo in questo periodo è stata stigmatizzata dai media internazionali. Ma un vuoto di potere porterebbe benefici solo all’esercito e la nazione potrebbe tornare ai tristi giorni del passato”. Perciò, spiega, “la maggioranza dei cittadini del Myanmar la sostiene”. “La storia la giudicherà – afferma il card. Bo -. Molti sostenitori occidentali hanno ritirato il loro supporto. Lei ha bisogno di loro e loro hanno bisogno di lei se una vera democrazia dovrà fiorire in questa nazione. Ha 72 anni e ha bisogno di tutte le nostre preghiere e di tutto il nostro aiuto”. Anche perché, ricorda, “lei ha preso le redini solo 18 mesi fa. Ci sono sfide enormi davanti e le tocca passare attraverso un cappio molto stretto. Un passo sbagliato può costare caro. Tutti dovrebbero capire che per trattare con l’esercito c’è bisogno di grande democrazia. L’esercito ha preso per due volte il controllo del governo in passato. Nel 1990, quando Aung San Suu Kyi vinse in maniera schiacciante, l’esercito si rifiutò di riconoscerla e la rimandò agli arresti. Lei vuole che la democrazia si stabilizzi, perciò ha bisogno della buona volontà dell’esercito”.