Lutto
Condanne della disoccupazione e del gioco d’azzardo, richieste di un lavoro degno che sottragga le persone alla criminalità organizzata. Sono riemerse in più occasioni negli interventi di mons. Antonio Riboldi, vescovo emerito di Acerra, morto ieri all’età di 94 anni. Il Sir lo ricorda rilanciando alcune delle sue parole pronunciate negli ultimi 20 anni. Parole che tratteggiano un prete che ha vissuto fino in fondo il Vangelo.
Intervenendo al convegno della Consulta pastorale della Campania, il 21 febbraio 1995, il presule riconobbe che “da noi il lavoro è considerato una fortuna anziché un diritto. C’è poi il lavoro nero che assume l’aspetto di una vera e propria rapina. È un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”. Il 22 novembre 1995, era presente al Convegno ecclesiale nazionale, che si svolse a Palermo. Mons. Riboldi, disse che “forse si pensa che qui i cattolici siano venuti solo per ‘rifondare’ qualcosa che assomigli alla vecchia Dc. Invece, non accadrà nulla di tutto questo. C’è la volontà di dare una svolta decisa e di impegnarsi per la rievangelizzazione”. Poi, una lunga condanna della disoccupazione in più momenti: 23 settembre 1996, “la disoccupazione, la ‘cassa integrazione’ è la vera linea che separa la nostra nazione. Non è il Po a segnare un confine, come qualcuno va blaterando, ma è la disoccupazione”, scrisse con mons. Umberto Tramma, vescovo di Nola, all’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, al quale lanciò un invito a trovare “terapie che abbiano il sapore della giustizia e quindi della guarigione”; 20 marzo 1998, sciopero in Campania per la mancanza di lavoro. Il vescovo di Acerra chiese che “la questione del Sud Italia diventasse prioritaria in Italia e in Europa” e “interventi volti a realizzare uno sviluppo equo e solidale. Anche la Chiesa è chiamata a moltiplicare i propri sforzi per promuovere una cultura della solidarietà nazionale ed europea”.
L’esperienza del terremoto nella Valle del Belice aveva segnato il presule. E così, il 6 ottobre 1997, tornò a parlarne, dopo quello che aveva colpito Umbria e Marche: “La Chiesa non si limita a condividere il dolore”, disse. Poi, il gioco d’azzardo. Era il 25 novembre 1999 e la condanna arrivò dalle pagine del “Messaggero di sant’Antonio”. “Lo Stato – dichiarò mons. Riboldi – non può risolvere i suoi problemi finanziari con il lotto o il superenalotto. Questo è un vero e proprio ‘furto ai poveri’. Lo Stato deve, al contrario, garantire che il gioco non giunga a essere una vera e propria follia”.
In occasione del Giubileo, nel 2000, gli fu affidata la catechesi nel carcere romano di Regina Coeli. Il 16 agosto lanciò un messaggio ai detenuti: “Anche se ci separa un muro, non c’è alcun muro per il cuore di Dio. Voi siete con noi e vi sentiamo vicini”. Nel 2007 l’ormai vescovo emerito inviò un messaggio all’associazione Meter per incoraggiarla nella lotta alla pedofilia. “Purtroppo la società, che pare non conosca più la profondità del male, a volte mostra fastidio che si condanni questo incredibile male – scrisse il 15 novembre -. Questo atteggiamento di apparente tolleranza, dice quanto si è oscurata la coscienza dell’uomo”.
Infine, il 15 febbraio 2008, ancora una condanna della criminalità organizzata, intervenendo a un incontro promosso dalla diocesi di Novara. “L’unica via per uscire dal tunnel della criminalità organizzata – disse mons. Riboldi – è una rivolta civile che deve nascere dal basso, con un’alleanza tra cittadini, Chiesa e istituzioni civili, per rivendicare con coraggio i diritti della persona e pretendendone il loro rispetto, senza sconti”.