Solidarietà
7.119 persone curate gratuitamente nei primi otto mesi (novembre 2017-1° luglio 2018), il 58% delle quali donne. La metà dei pazienti è stata sottoposta a operazioni chirurgiche di routine: ernie, appendiciti, fratture ossee, interventi chirurgici al tratto gastrointestinale, angioplastiche e bypass, oltre a raggi X, altri esami diagnostici e di laboratorio e consultazioni varie. Sono alcuni dei numeri relativi ai primi otto mesi del progetto “Ospedali aperti”, voluto dal card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, e promosso con il supporto tecnico dell’Avsi e della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli. L’obiettivo dell’iniziativa è assicurare l’accesso alle cure mediche gratuite ai siriani più poveri, almeno 40.000 in tre anni e mezzo (luglio 2017-dicembre 2020) equivalenti a circa 202.000 giorni di ricovero gratuiti, attraverso il potenziamento di 3 ospedali privati no profit che non sono stati gravemente danneggiati nel conflitto: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo. In ognuno di questi nosocomi, Avsi ha predisposto un ufficio sociale con il compito di accogliere e identificare le richieste di cura dei pazienti più bisognosi per dare accesso alle cure gratuite. In un report della Fondazione Avsi emerge che dal novembre 2017 ad oggi i tre uffici sociali hanno effettuato complessivamente 8.149 interviste a pazienti vulnerabili per controllare il loro diritto di avere libero accesso ai trattamenti medici. Di questi, 7.119 (87%) sono stati ammessi al libero accesso e 1.030 (13%) non sono stati accettati. Riguardo a bambini e giovani, di età compresa fra 0 e 18 anni, il numero totale dei beneficiari delle cure gratuite finora è di 788 persone, con una prevalenza dei bambini fra 0 e 5 anni (29%). Quanto alla tipologia di prestazioni effettuate, la maggior parte sono state operazioni chirurgiche (38%), seguite da “Open days” (29%) – si tratta di prestazioni effettuate presso i dispensari con visite e prescrizioni di medicinali – e infine diagnostica con raggi X (11%). Il progetto ha inoltre provveduto ad acquistare tutta una serie di apparecchiature diagnostiche (endoscopi, doppler ultrasonici, analisi dei gas del sangue, ecocardiografi, Tac, respiratori artificiali, attrezzature per sale operatorie e materiali di consumo) e ad organizzare staff di lavoro con competenze gestionali, tecniche e mediche. In totale nei tre ospedali oggi lavorano 81 medici e 237 infermieri. “Anche se le notizie che arrivano dalla Siria non sono frequenti – afferma il segretario generale di Avsi, Giampaolo Silvestri – non vuol dire che la situazione si stia stabilizzando. Anzi, la soluzione del conflitto che ha provocato circa 6 milioni e mezzo di sfollati interni, oltre 5,4 milioni di rifugiati all’estero, e quasi mezzo milione di morti, è ancora drammaticamente lontana. Le cure di ‘Ospedali aperti’ sono realizzate attraverso molte donazioni, anche piccole, raccolte grazie alla generosità della gente. Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto, ma – sottolinea Silvestri – abbiamo bisogno ancora dell’aiuto di molti: stiamo curando gratuitamente circa 450 pazienti ogni settimana, ma sono numeri in aumento perché sempre più persone si rivolgono agli ospedali; non vogliamo far mancare il nostro sostegno a chi ha bisogno di cure e ogni contributo in questo senso è per noi fondamentale”.
Il progetto “Ospedali aperti” vuole rispondere così all’emergenza sanitaria che colpisce la Siria oramai entrata al suo ottavo anno di guerra. Le Nazioni Unite hanno calcolato che oltre l’80% della popolazione vive ormai stabilmente in condizioni di grave povertà, con un tasso di disoccupazione schizzato al 57% e circa 12 milioni di persone rimaste senza alcuna fonte di guadagno. Un Paese lacerato nella sua economia e nel suo tessuto sociale aggravato da una emergenza sanitaria che non conosce fine. Secondo le ultime stime di Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, 13,5 milioni di persone hanno bisogno di aiuto. Fra essi, quasi 11,5 milioni di persone, di cui il 40% bambini, non ricevono più cure mediche e non hanno accesso agli ospedali. Negli ultimi 5 anni, l’aspettativa di vita in Siria si è ridotta di 15 anni per gli uomini e di 10 per le donne. Sia ad Aleppo che a Damasco, la domanda di cure mediche è estremamente alta: vi sono rispettivamente 2.237.750 e 1.066.261 persone che non hanno accesso a cure sanitarie. Più della metà degli ospedali pubblici e dei centri di prima assistenza è fuori uso (si stima che circa il 58% degli edifici pubblici sia stato distrutto, danneggiato o comunque non funzionante) e quasi due terzi del personale sanitario abbia lasciato il Paese. Il conflitto ha accresciuto la domanda di servizi sanitari e trattamenti medici, creando liste di attesa molto lunghe nelle rimanenti strutture pubbliche. Sono colpite da questa crisi soprattutto le fasce più povere della popolazione, che non trovano posto nelle strutture statali e non hanno il denaro necessario a pagare le cure presso le strutture private rimaste operative. Perciò ammalati cronici, portatori di handicap, anziani e bambini poveri non possono permettersi neanche le cure per le patologie più banali, che poi si aggravano fino a causare la morte.