Lutto
“Quando compi un atto di libertà scopri la grandezza di essere uomo”. Mons. Giovanni Barbareschi parlò di libertà in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, il ritiro del Premio Lazzati assegnatogli come prete “ribelle per amore”, in occasione del 25 aprile 2015. “L’importante nella vita non è ciò che fai, ma ciò che sei. Io che sono prete non voglio diventare santo. Voglio diventare un uomo libero”, esordiva il sacerdote, partigiano, prete dal ’44, incarcerato per 72 giorni e torturato a San Vittore nello stesso anno, salvatore di oltre 2.000 vite umane e poi medaglia d’argento della Resistenza, Ambrogino d’Oro e Giusto delle Nazioni. Mons. Barbareschi ricordò come la sua vocazione alla libertà sia stato un insegnamento familiare. Degli anni nella Resistenza mons. Barbareschi rievocò “i passaggi segreti per salvare gli ebrei e i renitenti a Salò. Sono finito a San Vittore per aver aiutato alcuni ebrei in partenza per il campo di Clès, sopra Bolzano. Mi hanno picchiato, torturato, ma io ero felice perché lottavo per la libertà. E la libertà non te la porta nessuno, non te la dona nessuno. È una conquista di te per te stesso”. Commosso, mons. Barbareschi raccontò dell’udienza di cui fu protagonista con il card. Schuster, una volta scarcerato, lui in abiti da galeotto, l’altro con la veste talare: “Aveva saputo del mio arresto e delle torture, sapeva che non avevo parlato. Lui mi vede, viene da me che ho 23 anni, si inginocchia davanti a me, mi bacia le mani e mi dice: ‘Nella Chiesa primitiva i vescovi facevano così con i martiri’”. La libertà fu il leitmotiv dell’intervento di mons. Barbareschi: “La libertà la costruite voi, su voi stessi. Per la libertà vale la pena di vivere, solo per questo. Chiedetevi se siete uomini liberi. Non sdolcinate la parola chiedendovi se siete ‘democratici’”.