salvaguardia creato
Giornata Cei 1° settembre, "Caritas in veritate", Giornata della pace 2010
Una giornata dedicata all’aria, bene "indispensabile per la vita di tutti". È il tema scelto dai vescovi italiani per la IV Giornata per la salvaguardia del creato che verrà celebrata il 1° settembre. Un’iniziativa per aiutare le comunità ecclesiali a riflettere sulle questioni ambientali e, in particolare, sulla minaccia dei cambiamenti climatici, non solo da un punto di vista tecnologico ma anche morale e spirituale. Un’occasione, prendendo a riferimento la "Caritas in veritate", per incominciare anche a riflettere sul tema del messaggio della 43ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2010): "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato". Il SIR ha intervistato Simone Morandini, fisico e teologo, membro del gruppo "responsabilità per il creato" dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro e membro della Fondazione Lanza.
Quanto è importante riportare l’attenzione alla tematica dell’aria e, in generale, alla questione ambientale?
"Come già avvenuto negli anni precedenti questa Giornata vuole offrire l’opportunità di amplificare l’attenzione sulle tematiche ambientali. Il riferimento all’aria ci pone di fronte a due grandi questioni: da un lato, al concetto teologico dello spirito e, dall’altro, alla dimensione dei cambiamenti climatici, di cui dobbiamo sempre più prendere atto".
I vescovi, parlando proprio di "cambiamenti climatici", si appellano al "principio di precauzione" chiedendo, di fronte all’ampiezza delle possibili conseguenze, un’azione incisiva. Una problematica di cui si occuperà la conferenza di Copenaghen sul clima. Secondo lei, si sta andando nella direzione giusta?
"Credo che l’approccio corretto sia stato individuato: cercare di agire sulle cause di origine antropica. Siamo in una fase in cui possiamo e dobbiamo agire. La comunità scientifica ci sta indicando alcune strade come la riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la promozione del risparmio energetico e di stili di vita sostenibili. Il problema diventa allora quello di individuare la volontà politica partendo dalla condivisione degli oneri che dovranno essere sostenuti. Oggi più che mai la grande famiglia umana è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità".
Nella "Caritas in veritate" Benedetto XVI dedica un intero capitolo al rapporto tra uomo e ambiente invocando il rispetto "degli intrinseci equilibri del creato". Quali sono i rischi che questo equilibrio si spezzi e quali le conseguenze?
"Alcune conseguenze sono già sotto i nostri occhi: aumenti delle temperature, spostamento delle fasce climatiche, estensione delle aree di diffusione di alcune malattie, scioglimento dei ghiacci e, sul lungo periodo, l’innalzamento dei livelli dei mari".
Il messaggio dei vescovi invita le comunità ad una "conversione ecologia" che porti ad una correzione del rapporto, spesso sbagliato, che l’uomo ha con il creato. Un approccio spirituale e morale alla questione che completa il dibattito sul rapporto dell’uomo con il creato?
"La cosa peggiore che possiamo fare è affrontare un problema tanto complesso in maniera unidimensionale. Vi è una molteplicità di ambiti su cui dobbiamo riflettere ed agire. Certamente è necessario lavorare sull’efficienza tecnologica e sul contribuito che la tecnica può dare a questa sfida. Dobbiamo però anche imparare a consumare meno, a vivere in maniera più sobria, promuovendo politiche che incentivino comportamenti virtuosi. È necessario in questo senso un radicale capovolgimento di atteggiamenti, del modo stesso con cui guardiamo la terra stessa. Dobbiamo andare verso una visione spirituale e morale della questione ecologica. Lo ha affermato nel 1990 Giovanni Paolo II che dedicò il messaggio per la Giornata mondiale della pace alla questione ambientale ed è bello vedere che a vent’anni di distanza Benedetto XVI voglia dedicare alle stesse tematiche la prossima Giornata mondiale della pace".
I problemi ambientali sono sempre più questioni di giustizia perché a pagarne le conseguenze sono le popolazioni a cui è meno imputabile il cambiamento climatico. Diritti che sembrano però configgere di fronte alla competizione politica ed economica tra nazioni, tra nuove e vecchie potenze. Come uscire da questa situazione?
"La tensione tra queste due esigenze è indubbia, ma è una logica da cui dobbiamo liberarci. Non possiamo continuare a vedere la questione ambientale come un vantaggio competitivo perché, alla fine, corriamo il rischio di essere tutti perdenti. Dobbiamo capire che l’unico modo per vincere è lavorare insieme attraverso forme di compensazione, ad esempio promuovendo una giusta ripartizione delle emissioni. Ritornando all’incontro di dicembre a Copenaghen credo che, indipendentemente dagli interventi che verranno decisi, il risultato peggiore sarà quello di non riuscire a trovare forme di collaborazione. Sarebbe un assoluto fallimento".