AFGHANISTAN: DOPO LE ELEZIONI

La via di Mojaddedi

Saranno possibili riconciliazione, giustizia e verità?

Mentre Atene brucia incredibilmente, in Afghanistan si arroventa il processo elettorale che si svolge per la seconda volta dopo l’intervento militare internazionale del 2001. Dal 1996 il Paese era retto dai Talebani, che avevano preso il potere e imposto una interpretazione fondamentalista e delirante della legge islamica. I Talebani si affermarono nelle lotte intestine dei Mujaheddin che avevano contrastato il regime filosovietico per anni, sino a rovesciarlo nel 1992. Gli occidentali ritenevano l’Afganistan dei Talebani la nicchia protettiva di Al Qaeda e per questo lo attaccarono dopo le Twin Towers.
La storia post-Talebani è nota. La cultura fondamentalista è tuttora presente nel Paese, nei burqa e nei comportamenti, ma ciò che è più grave è il fatto che lo Stato insediato dopo la campagna militare occidentale non eserciti reale sovranità su tutto il territorio nazionale. Ampie zone sono tuttora sotto il controllo dei Talebani, che alimentano reti integraliste in Pakistan e contatti in tutto il mondo, dal Sudan alla confusa galassia mediorientale.
Nel 2004 si svolsero le prime elezioni. Partecipò il 70% ed elesse Hamid Karzai, capo del governo provvisorio insediato dagli occidentali. Karzai ha avviato un tentativo di svezzare il nuovo Stato afghano dall’aiuto americano e di renderlo autorevole nella regione e internazionalmente, ma senza successo. La sua presidenza è debole, i Talebani riprendono terreno e all’interno della popolazione e nelle istituzioni sale il malcontento. All’appuntamento elettorale il Paese arriva diviso, tormentato da lotte intestine non sopite, tanto che è l’ex principale collaboratore di Karzai a competere con lui: Abdullah Abdullah, ministro degli Esteri scelto da americani e fazioni afgane nel 2001 e riconfermato da Karzai dopo le elezioni del 2004.
Che cosa sta accadendo ora? Abdullah e Karzai hanno rotto definitivamente. Il primo accusa pesantemente il secondo di brogli elettorali. La partecipazione al voto è stata più scarsa del 2004. Mancano ancora i dati ufficiali ma sembra che si raggiunga con fatica il 50%, con un’affluenza più forte al Nord dove Abdullah sarebbe più popolare. Confusi paiono i dati del Sud, dove è maggioritaria l’etnia Pashtun, quella di Karzai. I sostenitori di Abdullah dichiarano partecipazioni reali inferiori al 10% a fronte di annunci ufficiosi del governo locale, retto dal fratello di Karzai, che darebbero percentuali molto superiori. I dati ufficiali, almeno secondo le regole previste dal governo, non arriveranno prima di metà settembre.
Di fatto questa polemica penalizza un processo di ricostruzione democratica molto faticoso. Possono i cittadini afgani avere fiducia nella democrazia con voci di brogli così forti ad urne ancora aperte, con un Paese occupato militarmente da stranieri e con attentati continui? I tempi per una democrazia efficace paiono essere ancora purtroppo molto lunghi. Per questo il presidente Usa Obama ritiene strategico l’accompagnamento anche militare del Paese, visti gli spazi che può avere ancora in quell’area il fondamentalismo che alimenta il terrorismo internazionale.
La questione vera, però, non è garantire (militarmente) la sicurezza perché la democrazia possa svilupparsi, quanto avviare un processo reale di riconciliazione nazionale. Non possono esservi pace e democrazia sostenibile se non in un quadro di riconciliazione al quale tutti partecipino. La storia recente del Sud Africa e di diversi altri Paesi lo dimostrano con autorevolezza. Sviluppando il celebre titolo del messaggio per la Giornata della pace 2002 che Giovanni Paolo II scrisse proprio all’indomani dell’attentato delle Due Torri potremmo dire che "non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono" e non c’è perdono senza verità. Ha fatto scalpore che negli ultimi mesi il governo afghano abbia contattato alcuni leader talebani per coinvolgerli nel processo elettorale. Ma ciò che si deve raggiungere non è un semplice accordo pragmatico per scongiurare attentati. Occorre un processo basato sul riconoscimento reciproco delle responsabilità che permetta di "chiudere la porta sul passato" e avviare efficacemente una nuova stagione.
Qualcosa del genere è stato fatto. Nel 2005 è stato varato il programma Tahkim-e Solh, creando la Commissione indipendente per la riconciliazione e la pace, presieduto da Sibghatullah Mojaddedi, un’autorevole figura religiosa, già chiamato a presiedere ad interim il Paese subito dopo la caduta del regime comunista nel 1992. Il suo sforzo è stato per ora ancora poco produttivo. Recentemente ha chiesto ad Usa e alleati di sostenere finanziariamente il programma, anziché dedicarsi solo al sostegno in campo militare. Ha anche parlato di perdono e amnistia, senza suscitare peraltro troppo entusiasmo nel Paese.
Non sappiamo se Mojaddedi abbia l’indipendenza, la libertà e la caratura morale di un Desmond Tutu, ma il futuro dell’Afghanistan passa dal programma che questo anziano leader sta presiedendo: la pace si fa solo se tutti insieme, con una riconciliazione basata sulla verità e sul perdono reciproco.

Riccardo Moro