MEZZOGIORNO

Visto dal Sud

Antonio La Spina, docente di sociologia all’Università di Palermo

Il Rapporto Svimez, presentato il 16 luglio (info: www.svimez.it), ha mostrato ancora una volta un’Italia a due velocità, con il Sud che arranca sempre più. Con Antonio La Spina, docente di sociologia all’Università di Palermo, ragioniamo su cosa dovrebbero fare Nord e Sud per arginare questo divario che pesa sempre più sullo sviluppo di tutto il Paese.

Quale dovrebbe essere il primo passo da compiere?
"Innanzitutto, il Nord dovrebbe porsi il problema del Sud. Lo stesso assunto oggi è messo in discussione da coloro che sostengono che il Sud non dovrebbe essere un problema del Nord. Tale posizione si basa sul fatto che spesso negli ultimi 35 anni le risorse a favore del Sud sono andate sprecate. Questa posizione, però, risulta in contrasto con la Costituzione che prevede interventi nazionali per riequilibrare gravi disparità nelle diverse parti del territorio e con i principi dell’Unione europea che prevede le politiche di coesione per avvicinare le aree in ritardo di sviluppo rispetto a quelle più dinamiche dell’Europa. Al momento, questa posizione di abbandono del Sud al suo destino comunque esiste e produce delle conseguenze, con la sottrazione delle risorse ufficialmente destinate al Sud per destinarle ad altri utilizzi".

Si può ancora parlare di questione meridionale?
"Chi parla di questione meridionale viene quasi deriso. I meridionalisti sono considerati piagnoni, che favoriscono lo spreco. In parte, purtroppo è vero che a furia di parlare di questione meridionale si sono favorite pratiche sbagliate che non hanno risolto il problema del Mezzogiorno e in qualche modo l’hanno incancrenito e aggravato. Comunque sia, esiste anche un meridionalismo serio di persone che hanno suggerito interventi positivi e prodotto grossi risultati, come è avvenuto dagli anni Cinquanta ai primi anni Settanta, quando si era ridotto il divario tra Nord e Sud. Insomma, un certo meridionalismo, che è legato alla fondazione dell’assoziazione Svimez, pensatoio per elaborare politiche per il Meridione, è stato serio con buoni risultati a livello di pensiero e di politiche pubbliche".

Cosa non ha funzionato, allora, e cosa dovrebbe fare il Sud per venir fuori da questa situazione?
"Purtroppo, le più grandi Regioni meridionali, Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, si sono impegnate a dimostrare che le risorse destinate al Sud servono per aumentare la spesa pubblica, per creare posti di lavoro nel settore pubblico i cui reclutamenti sono senza criterio o di tipo clientelare, per indebolire la presenza dello Stato. Il Mezzogiorno dovrebbe quindi voltare pagina, il che è facile a dirsi, difficile a farsi, in quanto questo sistema perverso garantisce voti. Oggi si parla molto del sorgere di vari partiti del Sud ed è un fenomeno che merita attenzione. L’auspicio è che ci sia un ricambio con un ceto politico meridionale nuovo, anche se non mancano colpe della politica a livello nazionale nella situazione del Sud".

Non è anche una questione culturale? Non sarebbe utile una pressione da parte dell’opinione pubblica sul ceto politico per costringerlo ad una maggiore efficacia e trasparenza?
"L’opinione pubblica presuppone gente che legga i giornali e sia attiva, ma questo spesso non c’è. E presuppone anche che gli organi d’informazione siano indipendenti e non pregiudizialmente schierati. Sarebbe importantissimo che nascessero giornali indipendenti e questo, in un certo qual modo, sta avvenendo grazie ad internet, dove è più facile fare dei giornali on line che costano relativamente poco, che non hanno bisogno di finanziamenti pubblici e si possono permettere di dire cose scomode. Anche nella realtà meridionale qualcosa si muove in questo senso, ma è un discorso di lungo termine, che non porterà immediatamente risultati. Un sistema ci sarebbe: bisognerebbe creare delle strutture indipendenti dal ceto politico meridionale, per gestire le risorse significative a vantaggio del Sud, sia quelle nazionali sia quelle comunitarie, e indirizzarle alla realizzazione di infrastrutture, alla localizzazione di investimenti esterni, per esempio di imprese estere o del Nord, come è successo in Irlanda dove c’è un’agenzia indipendente per l’utilizzo dei fondi e anche per attrarre degli investimenti dall’estero".

Quale può essere il ruolo della Chiesa per accrescere la consapevolezza che l’Italia non può crescere se non insieme, come sosteneva il documento "Chiesa italiana e Mezzogiorno" del 1989 e come è stato ribadito al convegno delle Chiese del Sud di febbraio scorso?
"Il documento del 1989 era molto preciso e coraggioso. Anche oggi la Chiesa sta giocando un ruolo fondamentale puntando su un’idea lungimirante di unità nazionale e di cittadinanza. La Chiesa può sollecitare una qualità della spesa pubblica e aiutare a distinguere chi pratica veramente la solidarietà, per fare in modo che in una decina d’anni serva sempre meno denaro pubblico e il Sud sia capace di crescere basandosi sulle sue forze. Solo la Chiesa, che è rivolta ad un’idea di bene comune che travalica le singole nazioni, può riportare l’attenzione sui bisognosi. Abbandonare oggi il Sud al suo destino significa portare delle conseguenze sociali disastrose, con la conseguenza che se ne andranno tutti, tranne gli anziani".