mezzogiorno
Michele Colasanto, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano
Il Nord non può ignorare il Sud, illudendosi di bastare a se stesso per il suo sviluppo. D’altra parte, il Sud deve valorizzare le sue risorse e responsabilizzarsi per spezzare quella catena dove emigrazione e sottosviluppo sono due facce della stessa medaglia. Parte da queste riflessioni Michele Colasanto, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano, nel commentare il "Rapporto Svimez 2009 sull’economia del Mezzogiorno", presentato la scorsa settimana (info: www.svimez.it).
Il Rapporto Svimez parla di 700 mila persone che hanno abbandonato il Sud negli ultimi 11 anni: una fuga di manodopera, ma anche di cervelli…
"Questa fuga, ahimé, è un fattore endemico per il Sud. Da sempre c’è una massiccia emigrazione: una volta investiva il lavoro non qualificato, ma anche i giovani lasciavano il Sud per andare a studiare altrove. Ora il fenomeno è imponente e più evidente all’opinione pubblica perché i giovani laureati non vengono più assorbiti dall’amministrazione pubblica. Vediamo che le nostre università al Nord sono frequentate da giovani del Sud brillanti e determinati, che spesso hanno poi successo professionalmente. Questa emigrazione, ancorché non di origini recenti, oggi è particolarmente grave se letta anche alla luce dell’altro fenomeno individuato dall’associazione Svimez, lo scoraggiamento nella ricerca di lavoro al Sud".
Il Nord quale visione ha del Sud del Paese?
"La realtà oggi, con l’Unione europea e la globalizzazione, è molto più frastagliata e si avverte meno l’importanza che il Sud ha per il Paese. Il Nord non guarda al Sud per la sua crescita, per il suo sviluppo. In termini generali, nell’immaginare lo sviluppo, non si pensa in termini sistemici nazionali. Una volta c’era l’idea che il Sud, per quanto sottosviluppato, potesse essere una risorsa; ora, al contrario, non viene più considerato. Si assiste a una sottovalutazione della dimensione della solidarietà, ma anche della convenienza economica a stare insieme, e questo determina una lontananza culturale".
La "fuga dei cervelli" impoverisce il Sud…
"La maggioranza dei giovani brillanti emigra già prima della laurea, iscrivendosi alle università del Nord. Questo accadeva già ad inizio Novecento, ma se allora riguardava delle elites, oggi invece è un fenomeno di massa. È un capitale intellettuale pagato da tutti, e in particolare dalle famiglie del Sud, che viene speso al Nord. Analogamente il Sud negli anni passati si è risollevato, e ci sono anche stati momenti in cui aveva tassi di crescita superiori rispetto al Nord. Questo aumento di ricchezza, però, è stato investito al Nord. Una delle ragioni per cui i giovani «scappano» è che non trovano al Sud contesti lavorativi dove tendere all’eccellenza. Meno cervelli significa minor sviluppo, e un minor sviluppo porta alla fuga".
Per usare un proverbio, è il caso del cane che si morde la coda. Non vi è un’alternativa? Quale compito può avere la politica?
"Bisognerebbe partire dalla valorizzazione delle risorse che ci sono: il Sud deve responsabilizzarsi, ma anche valorizzarsi. Potenzialmente ci sono risorse: vi è una pubblica amministrazione, una sanità, servizi. Ci sono strutture associative che potrebbero far crescere la comunicazione tra Nord e Sud penso ai partiti, ma soprattutto al sindacato . C’è la realtà del non profit, che rappresenta un focolaio di vita morale. E c’è la Chiesa, che ha anche compiti sociali rilevanti. Ci vorrebbe una grande mobilitazione, capacità imprenditoriali di gemellaggio, mille progetti Policoro, scambio di esperienze amministrative tra Nord e Sud. Lo sviluppo c’è dove la società civile è forte".
Quanto incide la presenza della criminalità nello "scoraggiamento" che vive il Sud?
"Avverto una caduta d’interesse a livello nazionale sul tema della legalità che, ultimamente, non è stato molto presente nell’agenda delle istituzioni. Il contesto nazionale non è sensibilizzato come qualche anno fa. Anche le polemiche di questi giorni sulla morte di Borsellino sono ambigue e preoccupanti. Alla base c’è una forte delegittimazione della capacità d’intervento dello Stato".
Il Rapporto Svimez giunge nel bel mezzo di una crisi economica globale. Quali riflessi per il Sud?
"Anche il Sud è stato colpito, ma gli effetti si ripercuotono di più al Nord e al Centro. Diciamo che questa crisi globale in qualche modo «maschera» la crisi del Sud e rischia di far diminuire l’interesse nei confronti del Mezzogiorno. D’altra parte nel medio-lungo periodo se la politica, l’impresa, la società civile faranno la loro parte vi potrebbe essere una maggiore possibilità di riallineamento. Ricadiamo qui, però, nel tema della responsabilità delle istituzioni e in quella necessità di un soprassalto morale…".
Si parla di federalismo. Quali riflessi può avere nei rapporti tra Nord e Sud?
"Il federalismo potrebbe avere un effetto devastante, relegando il Sud a un sottosviluppo, o al contrario rivalutarne il senso di responsabilità. Prediligo questa seconda ipotesi, e lo vedo come un’occasione, purché sia solidale, con meccanismi perequativi e, al di là delle affermazioni elettorali, sono convinto che il senso di responsabilità prevarrà".