CARITAS IN VERITATE

L’inevitabile intreccio

Media e questioni economiche

I media “possono divenire occasione di umanizzazione […] soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali”. È quanto ricorda Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”, l’enciclica sociale presentata in Vaticano il 7 luglio. Nel capitolo sesto del documento (“Lo sviluppo dei popoli e la tecnica”), il Papa dedica un paragrafo, il n.73, ai mezzi di comunicazione sociale. Lo approfondiamo con Adriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa, dove è anche direttore del master in comunicazione pubblica e politica.

Quali pensieri, quali riflessioni dalle parole di Benedetto XVI?
“Un elemento che salta agli occhi nelle parole del Papa è il fatto che egli senta la necessità – in un discorso dedicato al corretto approccio alle questioni economiche – di far riferimento anche a tematiche comunicative. L’intreccio, in un mondo globale, di economia e comunicazione è certo evidente. Ma la comunicazione qui in gioco non è comunicazione vera. Come afferma l’enciclica, si tratta piuttosto di un uso dei media che «favorisce la loro subordinazione al calcolo economico». È l’uso della comunicazione a fini strumentali. Ciò che viene mortificato, in questa concezione, è appunto «la dignità delle persone e dei popoli», che invece la comunicazione in senso proprio è in grado di realizzare”.

Il Papa chiede “un’attenta riflessione” sull’influenza dei media “specie nei confronti della dimensione etico-culturale della globalizzazione e dello sviluppo solidale dei popoli”: come svilupparla?
“Si tratta di una domanda cruciale. La globalizzazione non va meramente subita, né è un fenomeno che dev’essere considerato solamente in una dimensione economica. Vi è infatti una globalizzazione culturale, trasmissione di modelli che risultano spesso imposti a culture che non li riconoscono come tali, ma che debbono accettarli se non vogliono essere escluse dai flussi comunicativi. La questione è allora di comprendere come anche questi processi mettano in gioco la responsabilità di ciascuno, nelle rispettive zone d’influenza. Solo così può essere promossa autentica solidarietà tra gli esseri umani”.

“Il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico”. Le parole del Papa ribadiscono, in un certo senso, la necessità di un’info-etica, sollecitata peraltro dallo stesso Pontefice nel messaggio per le comunicazioni sociali del 2008.
“Questo è un tema centrale nella riflessione del Pontefice. Alla base dei fenomeni che sembrano dominare in maniera neutra e neutrale lo scenario del mondo c’è una dimensione antropologica. Il che significa: c’è la possibilità di riportare a scelte compiute dagli uomini una tale prospettiva che sembra semplicemente risultare dal potere della tecnica. E di queste scelte siamo responsabili, anche se in misure diverse. L’etica dunque sta sullo sfondo della tecnica, pure nell’ambito delle pratiche d’informazione e di comunicazione”.

Con lo sviluppo tecnologico è cambiata, e come, l’immagine della persona e del bene comune?
“Certamente sono cambiate queste immagini: nella misura in cui, potremmo dire, gli sviluppi della tecnica hanno esteso la capacità e il potere dell’uomo d’incidere sul mondo e, anche, sul proprio stesso essere. In questi contesti, però, la persona si è trasformata sempre di più in un individuo isolato, per il quale a questo accresciuto potere non ha corrisposto la capacità di riconoscere il senso, il senso relazionale, del proprio agire. Il bene comune, a sua volta, è diventato bene di massa: riferito, cioè, a una massa d’individui indifferenziati. Rispetto a ciò una corretta esperienza della relazione, al di là delle diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione, può essere in grado di aprire nuovi orizzonti di convivenza”.

In che modo i media “possono divenire occasione di umanizzazione”?
“In questo quadro i media possono davvero giocare un ruolo decisivo. Possono riscoprire il loro potere di mettere in comune, di creare uno spazio comune, nel quale sono non solamente trasmessi, ma messi in opera e condivisi valori universali. Al di là, nuovamente, dei meri aspetti tecnici di una trasmissione efficace è possibile far sì che i media si facciano veicolo di promozione umana. A una condizione, però: che essi non rinuncino al rispetto della verità”.

Quali caratteristiche dovrebbe avere una comunicazione fondata sulla “carità nella verità”?
“È questo il tema centrale dell’enciclica, che non è senza riflessi anche sul versante dei media. Una verità senza carità è mera imposizione insensata e indifferente. Ma anche una carità senza verità rischia di trasformarsi in semplice illusione. Sul piano comunicativo «carità nella verità» significa esercizio del rispetto: rispetto per le cose, che non possono essere travisate o manipolate; rispetto per le persone, che non sono solo target comunicativi; rispetto per se stessi, perché solo così è possibile collaborare alla realizzazione di un autentico bene comune”.