CARITAS IN VERITATE
Comprende la crescita spirituale oltre che materiale di ogni uomo
Un’enciclica per una società globale. Nella dispersione delle etiche, nello spaesamento provocato dalla molteplicità delle visioni di vita, nel disorientamento delle ricette economiche e sociali, nel policentrismo delle politiche, nel moltiplicarsi dei vertici dei grandi della terra, nell’emergere di nuove potenze. Benedetto XVI disegna un’architettura antropologica di riferimento per il mondo intero. Non lo dice esplicitamente, anche per evitare equivoci sul tema, ma l’intento sembra essere la ricerca di un’etica universale. In un mondo sempre più senza terre di riferimento, senza patrie, a più identità, propone un’interpretazione d’insieme dei fenomeni socio-economici che hanno scosso quest’era denominata postmoderna e postcapitalista.
Benedetto XVI, però, non ritorna ad una nostalgica terza via tra capitalismo e comunismo, visto che oltre tutto uno dei poli è storicamente venuto meno, ma avanza una nuova e anche rinnovata "filosofia", un pensiero onnicomprensivo, per procedere nello sviluppo dei popoli. Se la tentazione oggi è l’eclettismo, una specie di "melting pot" delle religioni, dei valori, delle culture, Benedetto XVI non cerca un compromesso interculturale. Si eleva oltre le prospettive parziali per tracciare la via di uno sviluppo che interessi l’uomo, la persona, i popoli tutti, non singole porzioni di umanità.
Il nodo centrale di questo pensiero è la carità nella verità. La carità qui non è assolutamente "riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali". Non si identifica insomma con la pietà, che elargisce briciole, che dispensa aiuti senza incidere nello sviluppo dei popoli. Se è vera la carità si nutre di giustizia lasciandosi guidare dal bene comune. Efficace non è il pietismo ma il principio della gratuità.
Come dire che l’economia mondiale, la società globale deve scoprire il "dono" e non continuare a lasciarsi guidare dall’utile. I riferimenti elencati sono tanti. Passano, ad esempio, attraverso il superamento di "un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale". Eppure non si tratta di eliminare il mercato, "non è negativo per natura", ma esso necessita di forme solidali, di piegarsi al bene comune e anche di trasparenza, oltre che di onestà e responsabilità degli stessi operatori economici. Diversamente si incrina la fiducia reciproca.
E gli aiuti internazionali non possono essere piegati all’interesse di chi sostiene promuovendo settori parziali di economia che gli giovano. Certo è sempre più necessaria una "governance" mondiale, ma le istituzioni mondiali vanno riformate perché paiono talvolta strutture autoreferenziali e autoconservantesi.
Anzi proprio gli aiuti come gli interventi di "governance" a livello planetario debbono ispirarsi al principio di sussidiarietà, promuovendo la crescita dei singoli popoli, non mantenendoli in stato di soggezione, facendo maturare la società civile con i propri corpi intermedi. Ed è in nome del principio di sussidiarietà che l’enciclica scarta l’ipotesi di forme internazionali di super-Stato, facendosi piuttosto interprete di una visione di poliarchia, ossia di una pluralità di poteri che devono lasciarsi guidare da un’etica centrata sulla persona.
Il dono conduce pure a pensare in maniera diversa il rapporto con l’ambiente ma con la vita umana. Non si può pensare di risolvere lo sviluppo con politiche demografiche che arrivano a programmare la soppressione della vita o una "sistematica pianificazione eugenetica delle nascite". Il vero sviluppo, che è una "vocazione" dell’uomo, è autentico se comprende una crescita spirituale oltre che materiale.
Bruno Cescon
direttore "Il Popolo" (Concordia-Pordenone)