CRISTIANI IN SIRIA

Una minoranza in dialogo

Mons. Crociata ha partecipato alle cerimonie di chiusura dell’Anno Paolino

“Occorre approfondire la conoscenza della tradizione della Chiesa siriaca” e, più in generale, “sostenere la crescita delle comunità cristiane” del Medio Oriente. Non ha dubbi mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, appena rientrato dalla Siria dove, su invito della Chiesa melkita guidata dal patriarca Gregorio III, ha preso parte alle cerimonie di chiusura dell’Anno Paolino.

La dimensione ecumenica è stata la “cifra” delle celebrazioni in Siria, dove le Chiese cattoliche (ben sei riti) e quelle sorelle ortodosse si sono riunite intorno a San Paolo, figura che ha permesso di riscoprire comuni e profonde radici di fede. Alla luce di questa riscoperta, qual è il ruolo dei cristiani in Siria?
Anzitutto testimoniare l’ininterrotta persistenza della vita della Chiesa, nonostante le inenarrabili traversie storiche vissute nel corso dei secoli. Una presenza viva in una società al 90% islamica, e che conserva una tradizione con una inconfondibile specificità – la marcata impronta teologica e contemplativa – oltre ad una forte coscienza del legame con Roma. I cristiani, circa il 10% della popolazione, mostrano una grande vivacità e la capacità di convivenza serena e costruttiva con il contesto sociale”.

Questa condizione minoritaria può facilitare anche il dialogo interreligioso e dare un senso di maggiore identità alle comunità cristiane?
In Siria si coglie il valore di ciò che a partire dal Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha posto in evidenza: la dimensione del dialogo come dialogo della quotidianità, del vivere l’uno accanto all’altro e quindi anche della condivisione dell’esperienza ordinaria e della collaborazione. Un clima di immediatezza e spontaneità nel quale il dialogo scaturisce naturalmente, ancorché con elementi di vantaggio e di rischio. Di vantaggio perché ci si conosce e apprezza; di rischio perché può esservi la tentazione dell’adeguamento all’ambiente. Un rischio tuttavia contrastato dal fatto che l’essere minoranza costringe ad avere coscienza della propria differenza e fa sentire il bisogno di coltivare la propria specificità. Nonostante il clima di armonia tra le diverse realtà religiose, è peraltro inevitabile avvertire le limitazioni dell’impostazione tipica dell’islam, secondo la quale è l’islam ad abbracciare e dare compimento a tutto. I cristiani sono accolti, ma in una situazione circoscritta che non permetterebbe mai di dare corso ad un’iniziativa di tipo missionario. Malgrado questo limite, occorre riconoscere che rispetto alla media dei Paesi islamici la situazione dei cristiani in Siria è ottimale”.

Il suo viaggio è stato anche nel segno della “vicinanza e della comunione” con le Chiese locali “e senza dimenticare la situazione in Medio Oriente”, regione da cui i cristiani sono in costante emigrazione. Come aiutarle, allora, a restare, e cosa fa concretamente la Chiesa italiana per sostenerle?
“La nostra presenza in Siria, insieme a quella dei rappresentanti delle Chiese cattoliche europee e di Brasile, Cile e Messico, ha testimoniato che la Chiesa cattolica segue e accompagna il cammino della minoranza cristiana nel Paese, ed è stato un segno molto importante per questa comunità. Con riferimento alla Chiesa italiana, vi è una molteplicità di rapporti con i diversi riti cattolici, di tipo confessionale per lo scambio tra fedeli di un medesimo rito, e di tipo formativo attraverso l’utilizzazione della nostre strutture per la formazione. Non va dimenticata l’attività di pellegrinaggio. La Cei comprende la Siria tra i Paesi cui destinare sostegno ad iniziative di tipo assistenziale e caritativo. Un’esigenza da valorizzare ulteriormente è lo studio e l’approfondimento della tradizione della Chiesa siriaca e, più in generale, la conoscenza del cristianesimo nel contesto mediorientale. Occorre sostenere la crescita di queste Chiese, eredi del cristianesimo delle origini”.

Quale insegnamento possono trarre le nostre comunità ecclesiali da quelle della Terra Santa?
“Anzitutto, ed è un insegnamento indiretto di grande importanza, imparare ad apprezzare la nostra condizione di libertà di espressione e iniziativa, peraltro insidiata da un rischio maggiore rispetto a quello che corre una Chiesa minoritaria. In quel caso il rischio è assuefarsi alle condizioni sociali, politiche e istituzionali e, quindi, ad una sorta di autolimitazione nella propria dimensione missionaria; per noi è invece quello di lasciarsi erodere dall’interno, dal secolarismo e dalla cultura materialistica che costituiscono una minaccia molto più insidiosa. Se l’essere minoranza salvaguarda la coscienza della necessità di preservare il proprio patrimonio di fede, la mancanza di questo senso di necessità rischia di far perdere lentamente tale patrimonio, senza magari accorgersene. Un ulteriore elemento è il dialogo ecumenico. In terra siriana, nonostante la permanenza di alcune difficoltà e divergenze, l’essere cristiani insieme di fronte ad una maggioranza islamica offre l’immagine di una presenza complessivamente unitaria. Lì l’ecumenismo è un’esigenza, ma anche per noi il fatto di essere divisi è un problema. Presentare agli altri – siano maggioranze islamiche, appartenenti a religioni diverse o non credenti – un cristianesimo diviso getta un po’ di discredito sulla genuinità e sull’efficacia del messaggio di cui siamo portatori”.