VERTICE DI COPENAGHEN
Ad un “magro risultato” occorre rispondere con un supplemento di impegno
Una mozione, non vincolante, con cui viene accettato l’accordo mediato dagli Stati Uniti con Cina, India, Brasile e Sudafrica. Questo il risultato di ore di trattative e consultazioni della Conferenza dell’Onu sul clima, svoltasi a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre. L’intesa prevede un impegno a limitare entro un massimo di due gradi l’aumento delle temperature ma non fissa cifre sui tagli alle emissioni di gas serra. L’accordo prevede, inoltre, aiuti per 100 miliardi di dollari fino al 2020 per i Paesi in via di sviluppo. Ma per molti osservatori si tratta di un risultato non soddisfacente. Per un commento sul vertice di Copenaghen abbiamo rivolto alcune domande all’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, mons. Celestino Migliore, che ha guidato la delegazione della Santa Sede alla Conferenza dell’Onu.
Eccellenza, qual è il suo bilancio del vertice di Copenaghen?
"Mi pare si debba parlare della classica montagna che partorisce il topolino. Montagne di risorse umane e logistiche, di tempo, riunioni, dibattiti e negoziati per un così magro risultato: un impegno politico a continuare il negoziato su alcuni parametri di riduzione delle emissioni di gas serra; la promessa degli Stati Uniti di mettere da parte, insieme con altri Paesi, la somma di 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad organizzare la propria strategia di mitigazione e adattamento; un paio di accordi di principio, ma non ancora chiaramente adottati, sulla desertificazione, sulla deforestazione e sulla biodiversità. Mi auguro che la Conferenza sia servita a dare impulso alla responsabilità dei governanti e amministratori e alla sensibilità di tutte le fasce della società civile per la questione. Questo è un risultato che si può quantificare solo nel tempo".
Come mai tanta difficoltà nel trovare un accordo globale sul clima?
"I cambiamenti climatici sono un fenomeno reale, che si fa sentire con impatto devastante e inquieta laddove l’innalzamento dei mari, la violenza distruttrice delle piogge, la siccità, l’eccessivo caldo o freddo provocano disastri e panico. Un fenomeno che, pertanto, richiede misure urgenti e adeguate di mitigazione e di adattamento. L’esitazione o la riluttanza a prendere decisioni hanno a che fare con una molteplicità di ragioni. Anzitutto, è un dato di base che una buona terapia può essere assunta con tempestività solo in presenza di una diagnosi certa. In questo caso, il politicamente corretto ha messo e mantiene sui lavori della scienza e della tecnica una pressione tale da sollevare perplessità, e talora cinismo o indifferenza. Inoltre, ancora una volta si è resa evidente la disfunzionalità dei meccanismi di decisione della comunità internazionale: troppo facilmente gli interessi nazionali o corporativi prevalgono e mantengono ai livelli minimi la risposta a problemi comuni. Un’occasione in più per portarci, senza perdere altro tempo, a rivedere il formato delle Conferenze internazionali. In questo contesto, è emersa anche chiaramente la voce e la forza contrattuale dei Paesi emergenti. Non si tratta solo di quanto qualcuno ha già siglato come il G2 Stai Uniti e Cina , ma occorre prendere atto di una nuova configurazione dei rapporti sulla scena internazionale".
Quale "contributo" di pensiero dalla Santa Sede al vertice?
"Il pensiero sociale della Chiesa si è mosso sinora prevalentemente sul terreno delle motivazioni e della formazione delle coscienze. Fin dall’inizio del suo pontificato con le Giornate mondiali dei giovani in Germania e Australia, durante i soggiorni estivi in montagna e con interventi in diverse occasioni papa Benedetto XVI ha fornito un vocabolario che di per se stesso già orienta il discorso verso una chiara valorizzazione del creato che, come dono di Dio, va salvaguardato. La comune dipendenza da Dio suggerisce un rapporto mutuo di sostegno e di cura tra uomo e creato, lontano da ogni prevaricazione e volontà di potenza. Su questo si fondano il senso della responsabilità comune e della solidarietà. Il Papa sottolinea fortemente il nesso tra ambiente e sviluppo nella categoria dello sviluppo solidale".
In che modo accompagnare alle questioni più tecniche che riguardano l’ambiente un contributo sul piano morale, educativo e formativo?
"Mentre si discute sui livelli di emissione e gradi di riscaldamento da contenere, appare evidente che la responsabilità verso un ambiente sicuro e vivibile spetta ai poteri locali, agli enti pubblici e alla società civile. In molte parti del mondo esiste una lunga tradizione ed esperienza nel prendersi cura del territorio con politiche tempestive e lungimiranti. Occorre ravvivare questo genere di politica che antepone ad ogni altro interesse strategie adeguate, finanziamenti e posti di lavoro capaci di assicurare un ambiente vivibile. È una questione più generale che vale anche per l’ambiente, ma si estende a tutta la cura per la cittadinanza e si radica in una educazione per la quale si debbono mobilitare la famiglia, la scuola e tutti gli ambiti dove le persone vivono e crescono".
Durante il vertice, è stato diffuso il messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace. Come è stato accolto a Copenaghen?
"La tempistica è stata perfetta. Il documento era disponibile proprio nel momento in cui arrivavano le delegazioni di alto livello. È stato distribuito a tutte, oltre che a numerosissime Ong. Insieme con i miei colleghi abbiamo raccolto varie testimonianze di apprezzamento per questo sussidio che sembra esser stato accolto per quel che è: un appello alle coscienze e alla buona volontà, capace di motivare e spronare a prendere le decisioni giuste".
Sviluppo e rispetto della creazione: è possibile collegare queste due esigenze?
"È necessario. Nel contesto dei cambiamenti climatici, vediamo che sono le popolazioni con un certo sviluppo e non quelle prive di mezzi che possono adottare misure adeguate di mitigazione e di adattamento. È lo sviluppo solidale a consentire di mettere in opera il principio ormai acquisito della responsabilità comune ma differenziata e delle rispettive capacità nel far fronte ai cambiamenti climatici".
Un’ultima domanda: cosa attendersi dal post-Copenaghen?
"Anzitutto, che prenda corpo a tutti i livelli e si traduca in adeguate politiche locali quella ‘conversione ecologica’ di cui ci parla papa Benedetto XVI. Quanto all’accordo sulla gestione mondiale del fenomeno, dalla riunione di esame, tenuta in questi giorni all’Onu, è emersa la volontà di andare avanti nei negoziati in vista di un risultato soddisfacente nella Conferenza prevista in Messico per la fine del 2010".