AVVENTO 2009
L’attesa non è un esercizio della memoria
Meno di un mese è già Natale. Probabilmente abbiamo già pronunciato una frase del genere, o l’abbiamo sentita dire intorno a noi. È un modo di attendere senza darsi il tempo dell’attesa. Così anche l’Avvento, attesa del Natale per definizione, rischia di non avere niente di cristiano da dire (come del resto il Natale, ridotto a vuoto sentimentalismo o a pura occasione di svago, in totale assenza del Festeggiato).
La stessa parola, attesa, si è svalutata. Un po’ sarà colpa dell’epoca del “tutto e subito”. Ma è anche l’abitudine mentale ad associarla a qualcosa di noioso – come una coda in automobile o allo sportello – oppure di snervante, di ansioso, di vano. A che serve aspettare, se oggi sono in grado di conoscere quello che succede in tempo reale? Internet mi porta il mondo in casa, i viaggi “all inclusive” mi danno il sole e la neve quando ne ho voglia. Inoltre, dicono, nel 2012 finirà il mondo: c’è poco da aspettare, meglio godersi ciò che si ha, o evadere artificialmente dal monotono ripetersi dei giorni.
Quanto facilmente anche il cristiano deraglia dal senso dell’Avvento e del Natale! Essi, scriveva un noto liturgista reggiano, “costituiscono una unità liturgica, perché unico è il mistero in essi celebrato, il mistero del Dio che viene: mistero che acquista pienezza di significato alla luce della Pasqua, culmine e fonte di tutto l’Anno liturgico”. Così il tempo di Avvento “ha una duplice tensione. È tempo di preparazione al Natale, in cui si ricorda e si celebra la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente tempo di attesa della seconda – e definitiva – venuta del Signore” (mons. Guerrino Orlandini, “L’unità liturgica Avvento-Natale”, da “Celebrare Cantando”, n. 12/1997).
Cristo è venuto veramente nella storia, verrà nella gloria alla fine del tempo, ma chiede di venire anche ora nella vicenda umana. È qui il valore di “attesa vigilante” di cui le Scritture sono pervase. Come rendere “vita” ciò che la liturgia insegna con tanta chiarezza? Proviamo ad accogliere come “consiglio” quello che un’altra voce profetica della nostra Chiesa, don Giuseppe Dossetti, dettò come “Piccola regola” ai monaci della “Piccola Famiglia dell’Annunziata” più di mezzo secolo fa. Egli definiva così il silenzio interiore: un “progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni programma, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal dovere immediato”; un dono da custodire “in ogni ora, ambiente e circostanza, con la mansuetudine, la mortificazione della curiosità, la riduzione abituale delle cose che verrebbe spontaneo dire, la rinuncia a parlare di sé, la preferenza progressiva per le parole e i concetti più semplici, più sereni e più pacificanti”.
L’attesa del Natale di Gesù non resti, allora, un esercizio della memoria ma sia un tempo reale, di conversione, di vera attesa del Regno di Dio nella giornata terrena. Un tempo interiore lungo, sottratto alle angosce del tg o all’industria del divertimento coatto. Con la tensione spirituale dell’amato del Cantico dei cantici, o della sentinella che “pre-vede” l’alba, o della gestante che parla al nascituro. “Nell’attesa della sua venuta”.