"PRETI IN CARCERE"
A stretto contatto con uomini nella speranza e nella disperazione
“Non un tempo di programmazione di attività pastorale, bensì un’occasione per rinnovare la nostra vita personale e sacerdotale e poter poi offrire una testimonianza evangelica più intensa e credibile nella realtà del carcere”. Mons. Giorgio Caniato, ispettore generale dei cappellani del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e del Dipartimento della giustizia minorile, sintetizza in questi termini al SIR il senso del Consiglio pastorale nazionale dei cappellani delle carceri che si è chiuso il 26 novembre a Roma. “Anno sacerdotale: prete in carcere” il tema dell’incontro che ha visto la partecipazione dei 16 delegati regionali, dei 16 cappellani nominati dall’ispettore stesso, e di diversi esperti. Tra i relatori, il sottosegretario della Cei, mons. Mauro Rivella; mons. Gennaro Matino, vicario episcopale della diocesi di Napoli per le comunicazioni sociali; padre Stefano Del Bove (curia generale della Compagnia di Gesù). Ad aprire le giornate la “Lectio Divina” di padre Jos Janssens, docente emerito alla Pontificia Università Gregoriana.
Con l’atteggiamento di Gesù. “Il carcere – spiega mons. Caniato – è una struttura dello Stato laico; poiché questo riconosce ai detenuti il diritto alla pratica religiosa, chiede ai ministri di culto di entrarvi a svolgere la propria attività pastorale. La Chiesa cattolica svolge anche in questo ambiente ristretto il proprio compito di evangelizzazione; per questo l’atteggiamento del cappellano non può che essere quello di Gesù, venuto per ogni uomo”. L’ispettore dice che oltre ai detenuti, italiani e stranieri – questi ultimi in numero sempre crescente e in maggioranza non cattolici – i cappellani si mettono a disposizione anche degli agenti di custodia, dei funzionari, dei medici e degli educatori. “Non facciamo opera di assistenza – tiene a precisare – ma tentiamo di offrire una testimonianza evangelica portando un annuncio di salvezza”.
Evangelizzazione e annuncio. “Ai detenuti che ce ne fanno richiesta – prosegue mons. Caniato – offriamo anche specifica istruzione e assistenza religiosa; per gli altri pratichiamo l’evangelizzazione della carità, accogliendo tutto l’uomo con i suoi bisogni. Per ortodossi, protestanti, ebrei e musulmani, tentiamo di favorire l’incontro, se ci sono, con i loro ministri di culto”. L’ispettore, che è stato cappellano a San Vittore per 42 anni, racconta di essersi più volte interessato per far avere ai detenuti musulmani che gliene facevano richiesta il Corano e il calendario per il Ramadan, e si dice convinto che “per tutti la pratica religiosa, quale essa sia, costituisca uno stimolo alla conoscenza di sé e un incoraggiamento a riprendere in mano la propria vita. Valorizzare l’aspetto religioso dell’esistenza porta a dare importanza o a recuperare valori morali che possono aiutare a cambiare vita, a ricominciarne una diversa dopo il carcere”. Il pensiero di mons. Caniato si rivolge anche agli agenti di custodia, oggi nell’occhio del ciclone. “Il loro lavoro è molto stressante e si svolge in un ambiente difficile, con persone che certo non li amano”. Di qui l’importanza di essere “presenti” anche per loro, “sia durante l’orario di lavoro, se ne hanno bisogno, sia durante le celebrazioni, sia incoraggiandoli a frequentare le parrocchie di appartenenza giacché la loro vita è altrove”.
Una fiammella da riattizzare. “In un ambiente repressivo come il carcere, a volte la nostra presenza non è ben accetta da tutti” riconosce l’ispettore che tuttavia dice un fermo “no” all’atteggiamento disfattista di “chi ritiene inutile il nostro impegno”. “Sappiamo bene – ribadisce infatti – che in ogni uomo c’è sempre una fiammella da riattizzare, una luce, ancorché fioca, che è possibile riaccendere, e una speranza di recupero dell’incontro con Cristo”. “Siamo dei poveri strumenti, consapevoli che il nostro lavoro a stretto contatto con la sofferenza dell’uomo, talvolta faticoso e irto di ostacoli e difficoltà, e del quale non sempre siamo in grado di raccogliere i frutti, è un operare sempre valido. Chi converte non siamo noi, ma Cristo”. “È proprio la croce che incontriamo quotidianamente e che ci chiede di essere presenti con amore verso questa umanità sofferente e a volte disperata – sostiene – mons. Caniato – ad aiutarci a realizzare al meglio la nostra missione sacerdotale. Portare Dio in un contesto così difficile nella certezza che è Lui che opera sempre per il bene di ogni persona, anche quella che può essersi macchiata del crimine più efferato”. Anche l’aiuto materiale, oggi sempre più richiesto dai detenuti, italiani e non, “se dato con amore diventa strumento di evangelizzazione attraverso la carità”. “Questa – conclude l’ispettore – la certezza che deve illuminare e sostenere il nostro ministero di preti in carcere e il nostro impegno personale nei confronti della propria formazione per svolgere al meglio il nostro compito”.