GIOVANNI FALLANI
A dieci anni dalla morte del primo direttore del Sir ” “
“Quando si parla di culture, di ideologie, di schieramenti o di qualunque maschera sociale non bisogna mai dimenticare che dietro ci sono uomini veri. E non si può scrivere nulla sull’umanità dell’uomo senza un briciolo di pietà, di tenerezza. Non si può parlare di uomini come se fossero numeri o cose”.
Queste parole di Giovanni Fallani, tratte dal suo “Piccolo dizionario per la comunicazione”, offrono la migliore chiave di lettura del suo pensiero, del suo relazionarsi con gli altri, della sua professionalità.
A dieci anni dalla morte, 21 novembre 1999, c’è ancora tutta la freschezza di un insegnamento che ha preferito la cattedra del sorriso a quella della seriosità.
Nel cuore e nella mente di Giovanni Fallani al primo posto erano le persone con le loro debolezze e le loro grandezze, comunque sempre con il loro mistero di fronte al quale occorre sostare con rispetto.
E per sostenere questa convinzione citava Dostoevskij che “a differenza degli intellettuali del suo tempo non disprezzava la cronaca nera perché la riteneva la parte del giornale dove si trova più «umanità». Umanità sofferente, schiava del male o vittima”.
Umanità da ascoltare, da custodire, da raccontare.
“Si è lavorato tanto – scriveva il primo segretario della Fisc e primo direttore del Sir – per costruire un mondo tecnologicamente progredito e governato da ideologie perfette. Ma spesso ci si è dimenticati della «umanità» dell’uomo. La comunicazione sociale, perciò, non dovrebbe avere altro fine che quello di contribuire alla umanizzazione del mondo. L’etica del giornalismo è tutta qui”.
I pensieri più semplici, come è questo, sono i pensieri più profondi e Giovanni Fallani vedeva nella semplicità, non certo nella semplificazione, la strada maestra del giornalismo.
Soprattutto perché strada di libertà e di responsabilità, strada che attraversava in punta di piedi e in punta di penna i paesaggi umani più fragili, più dimenticati, più nascosti.
“C’è una specie di deformazione professionale, per cui solo il «potere» fa notizia. Tutto il resto – affermava – comprese tante iniziative spontanee che nascono nella società, sono generalmente condannate alla invisibilità. C’è da domandarsi se i media sono davvero così speculari al potere da riflettere soltanto questo. Si può rispondere che dovere del giornalista è quello di tenere sempre il potere sotto il controllo dell’opinione pubblica. Ma l’etica giornalistica vuole qualcosa di più”. L’etica, nel suo pensiero e nella sua vita, significava guardare l’altro negli occhi, significava comprenderne a fondo le ragioni, significava amarlo. L’etica da concetto si traduceva nel volto, nel desiderio di parole nuove, nell’incontro con la verità, la bontà e la bellezza.
Così Giovanni Fallani scriveva: “Non illudiamoci: la vera comunicazione passa da cuore a cuore (cor ad cor loquitur) direttamente. È difficile che la mediazione giornalistica tocchi i cuori. Essa è sempre «costruita» con artificio. Dobbiamo tornare ad un linguaggio essenziale, povero, capace di introdurre i grandi temi, le verità ultime”. Per raggiungere questa meta, aggiungeva, “lo scritto giornalistico deve avere le virtù dell’atleta: leggerezza e concentrazione. Oggi invece la parola non corre perché è appesantita dai troppi strumenti che abbiamo inventato per farla correre. Meglio dunque la semplicità, la chiarezza, la povertà. Non è vero che il linguaggio fiorito di parole d’uso o di espressioni di moda (esempio: versante, problematica, ricaduta, contesto) diventi più leggero. La leziosità non è leggerezza; essa appesantisce e rende oscuro (inutilmente) il discorso”.
Anche in questa riflessione, che ha reso bello ed efficace lo stile giornalistico di Giovanni Fallani, si ricava una lezione di stile.
Non amava emettere sentenze, era un padre anche nella professione e il suo giudizio era un atto di amore che nell’indicare l’essenziale, si esprimeva nella tenerezza e a volte nell’ironia fiorentina, un’arma non violenta a cui ricorreva per sdrammatizzare, mai per offendere.
In un tempo di assenza o debolezza dei padri tornare con il pensiero a Giovanni Fallani a dieci anni dalla morte non si può ridurre a un esercizio di nostalgia, a uno sfogliare un album di foto.
È l’occasione per riflettere su un mestiere che rischia di smarrirsi se non ritroverà le virtù dell’atleta.
Paolo Bustaffa