rito delle esequie

Non mimetizzare la morte

Non solo un adattamento liturgico

La Conferenza episcopale italiana ha approvato nel corso dell’ultima assemblea generale il nuovo Rito delle esequie cristiane. L’evento è significativo, perché non si tratta semplicemente dell’adattamento di un libro liturgico.
Il momento delle esequie costituisce un’importante occasione per annunciare il Vangelo della speranza e manifestare la maternità della Chiesa. Il Dio che “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”, è Colui che “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21,4). In una cultura che tende a rimuovere il pensiero della morte, quando addirittura non cerca di esorcizzarla riducendola a spettacolo o trasformandola in un diritto, è compito dei credenti gettare su tale mistero la luce della rivelazione cristiana, certi che “l’amore possa giungere fin nell’aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto” (Spe salvi, 48).
Non solo. Molte volte il pensiero della morte è banalizzato, oppure, il suo evento è vissuto nell’isolamento. Il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella sua prolusione all’assemblea generale dei vescovi italiani, svoltasi nei giorni scorsi ad Assisi, ha parlato di un’autentica deriva, frutto dell’individualismo diffuso. Questo raggiunge i limiti della vita con esasperazioni impressionanti. "Anche quando la maschera della morte scende sul volto dei propri cari, dunque si fa più prossima e meno facilmente evitabile, anche allora – ha detto – non di rado si tende a rimuovere l’evento, a scantonarlo, a scongiurare ogni coinvolgimento".
Davanti alla morte si giunge a mancare di intelligenza: non volerla considerare come un momento dell’esistenza di ciascuno. Eppure la frequentazione dei luoghi di fragilità, come sono, ad esempio, gli ospedali, è un invito a tornare con i piedi per terra; accompagnare persone in cammino verso la propria fine è un’esperienza di profonda umanità, perché permette di riconsiderare adeguatamente il proprio limite.
Da un punto di vista pastorale, dunque, è urgente aiutare i fedeli a pensare in maniera meno evasiva alla prospettiva dell’appuntamento con la morte, in quanto una tappa non estirpabile dall’orizzonte concreto e, comunque sia, incombente sulla vita di ciascuno. Nascondere la morte è irreale, mimetizzarla, perché il suo pensiero non turbi, è superficialità. Presentarla in modo scherzoso una sera all’anno è mancarle di rispetto.
La comunità cristiana è oggi chiamata a vivere responsabilmente il morire e a far emergere quelle domande che si affacciano in modo dirompente: "Da dove vengo?"; "che senso ha il vivere?"; "perché la sofferenza?"; "dove andrò?". Interrogativi che non sempre trovano adeguato spazio nella predicazione e nella catechesi. Come, anche, sembra che la dottrina cristiana della purificazione dopo la morte sia stata accantonata. Quando un fedele muore subito se ne parla come fosse già pienamente nello stato della glorificazione!
Davanti alla morte, occorre annunciare il Dio vero, il Dio amante della vita, che ha creato per l’immortalità e ha indicato all’uomo la via per giungere a lui, non in modo casuale o distratto. Tutta la vita è un’occasione di grazia per essere sempre più simili a lui, per conformarci alla sua santità ed essere degni di comparire un giorno alla sua presenza. "Dio non fa scherzi macabri", ha detto il card. Bagnasco.
Così, le esequie diventano un’occasione privilegiata di annuncio e anche di raddrizzatura sulle idee pagani circolanti. "Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo" (Sap 2, 23-24); questi infatti è "omicida fin dall’inizio" (Gv 8,44).
A partire da qui, con l’aiuto indispensabile della Parola e dei Sacramenti, noi abbiamo la possibilità di veder trasformati il lutto e la sofferenza in una visione più realistica e autentica dell’esistenza, fino ad intravedere la paternità di Dio e la sua misteriosa provvidenza, a sperimentare mediante un itinerario anche accelerato – quale la morte talora induce a compiere – la grazia nella disgrazia.
"Ma per questo – ha detto il card. Bagnasco – ci vogliono pastori pronti e non evasivi, comunità cristiane vive, reattive, affettivamente coinvolgenti, che non tacciono sull’interezza del disegno che Dio va dispiegando". Morte, giudizio, inferno e paradiso sono termini che non sono ignoti, che non possono essere silenziati, che devono, invece, essere spiegati secondo la luce della Parola di Dio. Così, la vita splenderà della sua bellezza, come occasione per donare a Dio e ai fratelli il meglio di noi stessi, nella consapevolezza che questo non andrà perso.

Marco Doldi