ABRUZZO
Nel campo di Gignano, ormai vuoto, rimarrà come punto di riferimento
È vuoto il campo di Gignano. Le 45 persone che ancora vivevano nella piccola tendopoli alla periferia della città sono andate via. Hanno lasciato quella che per quasi sette mesi è stata la loro casa di tela per trasferirsi verso una nuova sistemazione provvisoria prima del ritorno definitivo nella propria casa o negli alloggi temporanei, in attesa della ricostruzione cosiddetta “pesante”. Tra le tende è rimasto solo don Juan de Dios Vanegas, il parroco, che per questi mesi è stato anche il capo-campo. Insieme a Gino, ora trasferitosi con la moglie e i quattro figli nella caserma della Guardia di Finanza di Coppito, sta sistemando i condizionatori e le stufette utilizzate per affrontare il caldo dell’estate e il freddo pungente di un inverno ormai alle porte. La notte tra il 29 e il 30 ottobre don Vanegas è stato l’unico a rimanere a dormire nel campo a pochi passi dalla grande tendostruttura gialla che funge da mensa, sala di incontro e chiesa per la comunità. “La gente – racconta al SIR – ha iniziato a lasciare la tendopoli spostandosi verso gli alberghi lontano dalla città, nella caserma o in sistemazioni autonome. Così per una notte rimango solo ma non posso andare via perché devo rimanere a sorvegliare il campo fino a quando non verrà smantellato dai volontari dell’associazione nazionale alpini. Il tendone però rimarrà come punto di riferimento per la comunità anche se la gente rientrata nelle case è ancora poca”. Molti dei palazzi che circondano il campo, costruiti nel boom edilizio degli ultimi decenni e abitati soprattutto da coppie e famiglie giovani, sono completamente inagibili e, in alcuni casi, saranno necessari anni prima di permettere il rientro delle persone. Anche se guardandosi intorno si nota come, rispetto a poche settimane fa, sono aumentati gli edifici in cui sono iniziati i lavori.
Tra case, casette e alberghi. A pochi passi dal campo è in costruzione uno dei lotti del piano Case: quattro palazzi antisismici che ospiteranno circa 300 persone. In totale nel comune di L’Aquila sono in costruzione 184 edifici, distribuiti in 27 aree: 4.600 appartamenti riservati ai cittadini aquilani con la casa inagibile. Ma questo non basterà a soddisfare tutte le richieste delle famiglie. Per questo il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, ha chiesto e ottenuto la dotazione di 500 roulotte che dovrebbero arrivare nelle prossime settimane, aggiungendosi ai 2.100 moduli abitativi provvisori, le cosiddette “casette”, che verranno realizzate nelle frazioni e nei Comuni del cratere. Ad oggi, secondo i dati forniti dalla Protezione Civile (aggiornati al 28 ottobre) le persone ospitate nel progetto Case sono 1.972 mentre nelle “casette” sono 377. La maggior parte delle persone sfollate, oltre 21 mila, rimangono però negli alberghi e nelle seconde case soprattutto sulla costa. È da lì che ogni mattina partono i pullman messi a disposizione dall’Arpa, l’azienda regionale dei trasporti, con a bordo i pendolari e gli alunni delle scuole, riaperte in molti casi nei nuovi moduli allestiti dalla Protezione Civile.
Le tendopoli ancora attive. Pur con gli sforzi della Protezione Civile che aveva annunciato la chiusura di tutte le tendopoli entro la fine di settembre, nell’aquilano rimangono attivi circa 40 campi per un totale di poco più di du2e mila persone. Più volte lo stesso capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ha invitato la popolazione a lasciare le tendopoli accettando il trasferimento nelle sistemazioni provvisorie. “Andare via dalle tendopoli non significa perdere il diritto all’abitazione”, ha spiegato Bertolaso, che non ha nascosto la difficoltà nello sgomberare i campi dovuta in “parte ad una scossa dello scorso settembre” ma anche al problema di reperire posti liberi negli alberghi e case sfitte. Tutti gli alberghi nell’aquilano sono saturi obbligando a cercare sempre più lontano.
Chi parte e chi resta. A rimanere nelle tende non sono, però, solo gli abitanti dei campi in cui non sono ancora iniziate le procedure di sgombero ma vi sono anche persone che rifiutano lo spostamento perché non vogliono allontanarsi dalla città dove lavorano o dove studiano i figli. Nelle scorse settimane queste persone sono state definite come gli “irriducibili” per la loro volontà di rimanere che spesso è diventata anche una critica e una protesta. Nella maggioranza dei casi, però, la scelta di rimanere è legata a ragioni oggettive come l’impossibilità di raggiungere il posto di lavoro o l’impossibilità per anziani e disabili di spostarsi. Così si rimane nelle tende. “Ogni giorno – racconta Angelo Bianchi, presidente di Caritas L’Aquila – ai nostri sportelli di ascolto arrivano richieste di persone che vivono ancora in tendopoli e non possono o non vogliono andarsene. Pochi giorni fa un signore diceva che non poteva lasciare la tenda accanto alla casa inagibile per via degli animali che alleva nel giardino. Una passione che con la perdita del lavoro è diventata anche una risorsa per la sua famiglia”.
a cura dell’inviato SIR a L’Aquila