GIOVANNI PAOLO II

Quel suo sguardo

A 20 anni dalla caduta del Muro: il ruolo del Papa polacco ” “

“È stato un Papa grande perché ha saputo fare grandi le persone che erano vicine a lui”. Ringraziandole, una per una, nel suo testamento, i cui ultimi ritocchi, non a caso, si fermano al 2000, l’anno del grande Giubileo: “Come se ritenesse che il suo compito fosse ormai compiuto: quello di traghettare la Chiesa nel terzo millennio, secondo la profezia del card. Stefan Wyszynski”. È il ritratto di Giovanni Paolo II, nelle parole di Gian Franco Svidercoschi, vaticanista italiano, che segue da 50 anni i fatti del mondo vaticano e religioso ed ha avuto il privilegio di frequentare molto da vicino il Papa polacco. A 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, il SIR gli ha chiesto una testimonianza sull’ampiezza e l’attualità di uno dei più lunghi pontificati della storia della Chiesa. Prendendo spunto anche dal suo ultimo libro, “Un Papa che non muore. L’eredità di Giovanni Paolo II”, pubblicato di recente dalle Edizioni San Paolo.

Che ruolo ha avuto Giovanni Paolo II, il primo Papa polacco, nella caduta del Muro di Berlino?
“Come emerge da «Memoria e identità», il quinto libro del Pontefice, pubblicato nel 2005, non è stato Giovanni Paolo II a buttare giù materialmente il Muro, ma se non ci fosse stato il Papa polacco con le sue idee ciò non sarebbe potuto accadere. A 20 dalla caduta del Muro di Berlino, credo sia utile riandare al suo discorso pronunciato a Praga, il 21 aprile 1990. Nel primo Paese ex-comunista dove si recava da Papa, Giovanni Paolo II ha consacrato la fine di un sistema, e dopo pochi mesi è partito per il suo primo viaggio apostolico internazionale, in Messico: lì ha precisato che il fatto che abbia perso un sistema – il comunismo – non vuol dire che abbia vinto un altro, il capitalismo: «La Chiesa – disse anticipando le grandi linee del suo pontificato – vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare solo per l’uomo». Per questo è accaduto che papa Wojtyla, prima del crollo del Muro, sia stato definito «anticomunista», e dopo «antiamericano»… Riusciva a fare questo, a sfuggire ad ogni etichetta che di volta in volta si tentava di appiccicargli addosso, perché il suo punto di riferimento era l’uomo: sulla base dell’uomo, e della sua capacità di stare sempre dalla parte dell’uomo, «via della Chiesa», il Papa riusciva a creare anche scenari futuri, perché li riusciva a capire in anticipo”.

Si può dire che il suo era uno “sguardo” profetico?
“Certamente sì. Guardava le cose da un altro punto di vista, per questo riusciva ad anticiparle: la sua era una vita che diventava testimonianza. È stato definito un Papa «controcorrente», ma a mio avviso era caratterizzato da una «linearità» che a lui veniva naturale: la linearità di un’esistenza, come la sua, radicalmente evangelica, che riusciva a far decantare tutto ciò che era attorno a lui – andando all’essenziale – per leggerlo con lo sguardo di chi è perennemente in un intimo colloquio con Dio. Papa Wojtyla è riuscito a far incontrare nuovamente l’uomo con Dio: ha messo in moto un modo nuovo di vivere oggi da cristiano, di immergere la fede nella società moderna senza annacquare per questo la propria identità. Nel discorso pronunciato a Strasburgo, Giovanni Paolo II si è schierato contro ogni nostalgia di ritorno al confessionalismo: la Chiesa – la sua tesi – è un ente come gli altri che ha diritto di esprimersi sulla scena pubblica non per la riconquista di una società, per rifare una societas cristiana, ma perché si possa far conoscere al mondo tutto ciò che la Chiesa sta facendo a favore dell’uomo. Come dice mons. Stanislaw Dziwisz, il suo segretario, ora arcivescovo di Cracovia, il Papa polacco si è riappropriato delle piazze, prima appannaggio di un certo laicismo. Oggi, chi sostiene davvero i diritti dell’uomo è la Chiesa…”.

Da quella sera del 2 aprile 2005 ad oggi, la “folla” che ha “salutato” Giovanni Paolo II durante il suo ultimo viaggio terreno non si è mai interrotta…
“Non solo a memoria d’uomo, ma neppure a rileggere la storia della Chiesa, si era mai assistito a un fatto del genere. Prima ancora che per il numero, per la sua entità, quell’incredibile folla colpiva per il suo comportamento spirituale. Venivano da ogni parte d’Italia, dalla Polonia, da Paesi lontani, diversi gli uni dagli altri. Eppure, tra quella gente, nasceva subito una fraternità estremamente naturale, spontanea. Erano lì per dare il loro ultimo saluto ad un padre. E ancora oggi il fiume di quella folla non si ferma, e «racconta» la Chiesa in maniera molto più bella di come di solito viene dipinta dai giornali. In quei giorni, a mio avviso, proprio da quella folla è nata una maniera nuova di vivere la fede, che oggi Benedetto XVI sta contribuendo ad alimentare, cercando di far penetrare il primato di Dio nelle coscienze. Da quel popolo in cammino, sono venuti i primi segnali che una nuova spiritualità stava nascendo: una spiritualità di comunione, più propriamente laicale, che orienta la vita interiore e contemporaneamente sa affrontare le sfide della modernità; e sa recepire al suo interno, rimodellandole, le differenze culturali degli ambienti in cui s’incarna. È una religiosità che deve ancora mettere radici, irrobustirsi: sarebbe imperdonabile, addirittura scandaloso, se quei milioni di persone, al ritorno nelle loro parrocchie e nelle loro diocesi, non trovassero le condizioni spirituali e pastorali per maturare ciò che hanno vissuto”.