SINODO AFRICA

Un po’ di autocritica

Per affrontare le molteplici sfide di un continente che vuole crescere

Dialogo interreligioso, guerre e conflitti, rapporto con il Creato, il “caso libico”… Questi alcuni dei temi al centro dei lavori della terza e della quarta congregazione generale (6 ottobre) della II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi (Vaticano, 4-25 ottobre 2009). Proponiamo i passaggi principali di alcuni interventi dei padri sinodali.

Dialogo interreligioso. “Dal Concilio Vaticano II sono stati compiuti progressi ecumenici importanti, ma il cammino verso la piena comunione ecclesiale probabilmente è ancora lungo e arduo a causa delle difficoltà che continuano a esserci nei nostri dialoghi teologici”. Lo ha affermato il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, sottolineando che nella “rapida crescita della Chiesa in Africa” si è purtroppo verificata “una frammentazione sempre più grande tra i cristiani”. Il dialogo, ha precisato il cardinale, “non è facile e spesso è del tutto impossibile a causa del comportamento aggressivo” di taluni gruppi e del “basso standard teologico”. È necessario, allora, “affrontare questa sfida urgente con un atteggiamento di autocritica” incentivando “la formazione catechetica ecumenica e la costituzione di piccole comunità cristiane in seno alle nostre parrocchie” e dando slancio “alle relazioni ecumeniche con i movimenti evangelici, carismatici e pentecostali nel continente africano, anche per la rilevanza delle loro espressioni indigene e della loro affinità con la visione del mondo culturale tradizionale africana”.

Guerre e conflitti. “Una nuova stirpe di dittatori sta sostituendo quella precedente”, “blandi dittatori” ma “sempre di dittatori si tratta”. Per il card. Emmanuel Wamala, arcivescovo emerito di Kampala (Uganda), i nuovi dittatori “non credono in alcun solido principio democratico” ed è “questo stile di leadership che dà origine ai conflitti” di fronte ai quali la sola “via d’uscita” è “influenzare le famiglie e la scuola affinché comprendano quei principi democratici fondamentali che troviamo nella dottrina sociale della Chiesa”. D’altra parte, ha evidenziato mons. Simon Ntamwana, arcivescovo di Gitega (Burundi) e presidente dell’Associazione delle Conferenze episcopali dell’Africa centrale (Aceac), “diverse categorie e gruppi, nella nostra sub-regione, soffrono oggi sotto il peso di diversi mali” e nel tempo “la Chiesa ha avuto un ruolo, con i suoi messaggi e le sue esortazioni, ma anche attraverso la sua testimonianza di fraternità al di là delle frontiere e delle barriere generate dai conflitti armati e dalle guerre”. Tuttavia, ha concluso mons. Ntamwana, “non c’è solo la povertà spirituale da curare, ma anche l’impoverimento generalizzato e la sfrontata pauperizzazione dei nostri popoli, per i quali occorre trovare dei rimedi adeguati”.

Rapporto con il Creato. “Le multinazionali sfruttano le risorse naturali in Africa in una misura che non ha precedenti nella storia” e “utilizzano le risorse che si sono accumulate in tanto tempo senza preoccuparsi se le generazioni future verranno lasciate senza mezzi di sussistenza”. È l’allarme lanciato da mons. Lucius Iwejuru Ugorji, vescovo di Umuahia (Nigeria), che ha richiamato l’attenzione sullo “sfruttamento sconsiderato dell’ambiente” che provoca “un impatto negativo sugli africani e minaccia le loro prospettive di vivere in pace”. A questo problema è collegato il “degrado ambientale” con aree intere distrutte “a causa della deforestazione, dell’estrazione di petrolio, come pure dello smaltimento dei rifiuti tossici, di contenitori di plastica e materiale in cellofan”. Le attuali sfide ecologiche, ha precisato mons. Ugorji, sono “il risultato dei peccati dell’uomo” e “la Chiesa in Africa deve suscitare una conversione ecologica attraverso un’educazione intensiva” perché “tutti devono essere resi sempre più consapevoli che le generazioni future hanno il diritto di vivere in un ambiente intatto e sano e di godere delle sue risorse”.

Caso libico. “Sappiamo che nel continente africano vi sono più di dieci milioni di sfollati, di migranti che cercano una patria, una terra di pace” e “in Libia viviamo tutta la tragedia di questo fenomeno”. Nel fare memoria delle “migliaia di immigrati che entrano in Libia ogni anno” dai Paesi dell’Africa sub-sahariana per fuggire “dalla guerra e dalla povertà del proprio Paese” e trovare un lavoro “per aiutare la famiglia oppure un modo per andare in Europa nella speranza di trovarvi una vita migliore e più sicura”, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo titolare di Tabuda e vicario apostolico di Tripoli (Libia), ha sottolineato che “molti di loro si sono lasciati ingannare dalle promesse di un lavoro ben retribuito e si trovano costretti a svolgere lavori mal pagati e pericolosi oppure non ne trovano affatto”. L’immigrazione, quindi, diventa “per molti una tragedia, soprattutto perché fatti oggetto di traffico, sfruttamento (le donne in particolare) e del disprezzo dei diritti umani”.