LUIGI STURZO
A 50 anni dalla morte del fondatore del Partito popolare
“L’esempio luminoso di questo presbitero e la sua testimonianza di amore, di libertà e di servizio al popolo sia stimolo e incoraggiamento per tutti i cristiani, e specialmente per quanti operano in campo sociale e politico”. È l’auspicio espresso il 30 settembre da Benedetto XVI, salutando al termine dell’udienza generale i partecipanti al Convegno Internazionale Sturziano che, nel 50° della morte di don Luigi Sturzo, si apre oggi a Catania per chiudersi il 4 ottobre a Caltagirone. Del “Servo di Dio” il SIR ha parlato con mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina e presidente della Commissione storica per la causa di beatificazione.
Quali, di fronte alla crisi morale della politica, gli elementi di attualità del pensiero e dell’opera di don Sturzo?
“Anzitutto il suo tentativo di realizzare un impegno pubblico rispettoso, al tempo stesso, di una ben intesa integralità del cristianesimo e di una sana laicità della politica; un impegno che chiama i cristiani presenti nei vari schieramenti a realizzare una prassi politica vissuta come atto di amore al servizio del bene comune. Ulteriore tratto dell’eredità spirituale di don Sturzo è il concepire l’impegno politico dei cristiani come apostolato sociale nutrito da una profonda riflessione culturale, senza la quale rischia di inaridirsi. Don Sturzo esprime inoltre una concezione profondamente morale della politica: dalla sua concezione religiosa della vita deriva il senso della responsabilità e della solidarietà sociale”.
Un suo tratto era la passione per la libertà: quella libertà che fa apprezzare il valore della presenza della Chiesa nella sfera pubblica anche se c’è chi la vorrebbe imbavagliare…
“Sturzo ha sostenuto strenuamente la libertà in tutti gli ambiti; in modo particolare la libertà della Chiesa che ricopre un importante ruolo pubblico e civile pur nel rispetto della legittima autonomia dello Stato. In considerazione dell’universalità dei valori evangelici, Sturzo rivendica alla Chiesa, depositaria di tali principi, il diritto-dovere di esprimere la propria opinione in materia di morale, cultura, educazione. Per il Servo di Dio, il tentativo di imbavagliare la Chiesa può aprire la porta al totalitarismo – che non necessariamente è di carattere politico come il fascismo e il nazismo da lui sperimentati – ma può anche esprimersi in una sorta di dittatura culturale come quella del relativismo e del nichilismo, ai nostri giorni sempre in agguato”.
Don Sturzo ha interpretato e vissuto la propria missione sacerdotale e pastorale al servizio di tutto l’uomo. Quali aspetti della sua figura sono da rileggere nell’Anno Sacerdotale in corso?
“Egli è anzitutto un prete. È impossibile comprenderne in profondità la figura se si prescinde dalla visione teologica sottesa alla sua opera e al suo ministero pastorale. Nonostante l’impegno politico Sturzo riuscì sempre a condurre una vita sacerdotale esemplare. La sua ansia di santità – il suo modello era il Santo Curato d’Ars – emerge nel carteggio che durante l’esilio ebbe con il fratello Mario, allora vescovo di Piazza Armerina. Sturzo sogna preti umanamente maturi, culturalmente preparati e aggiornati sull’attualità, spiritualmente orientati ad una santità da ricercarsi nell’esercizio di un ministero in cui l’evangelizzazione si coniuga con la promozione dell’uomo”.
Uomo del Sud sensibile ai problemi dell’Italia meridionale, che aveva approfondito attraverso l’esperienza diretta del mondo contadino negli anni della crisi agraria: che cosa dice oggi il suo pensiero di fronte al riaccendersi della “questione del sud”?
“Don Sturzo è stato un meridionalista militante, impegnato a risolvere la questione del Sud puntando anzitutto sulla formazione culturale del clero e dei laici, e poi sull’organizzazione di cooperative e casse rurali. Il suo progetto per lo sviluppo del Mezzogiorno era fondato non su un meridionalismo piagnone, ma sul protagonismo di popolazioni disposte a rischiare. Oggi, in un mondo globalizzato e in un contesto storico-culturale in cui ha dominato una politica assistenzialistica e clientelare, vi è scetticismo sulle possibilità di una ripresa autopropulsiva del Mezzogiorno e il progetto sturziano sembra difficilmente realizzabile. Tuttavia la centralità che sta recuperando l’area mediterranea nell’economia mondiale, la necessità di nuove regole morali dopo la crisi economico-finanziaria, e la ripresa nel nostro Paese del dibattito sul federalismo fiscale – nell’ambito però di una solidarietà nazionale – dimostrano che alcune intuizioni di Sturzo rimangono tuttora valide”.
Che cosa può dire oggi il pensiero sturziano su sussidiarietà e autonomia regionale?
“Don Sturzo ha sempre messo in guardia dal rischio di trasferire lo statalismo dallo Stato alle Regioni; è ferma la sua condanna verso la mentalità statalista presente nella gestione degli enti regionali, provinciali e comunali. Nel suo pensiero l’autonomia regionale è attuabile in uno «Stato delle autonomie» che non solo le consente, ma in esse si realizza. Per lui le autonomie locali non sono i cavalli di Troia da introdurre nella cittadella dello Stato moderno per scardinarlo dall’interno, bensì il luogo della partecipazione responsabile delle persone alla vita sociale. Tre, secondo la sua lezione, le condizioni per realizzare tale autonomia: la modifica della struttura dello Stato, la partecipazione consapevole dei cittadini e la moralizzazione della vita pubblica”.