GIORNATA TURISMO

Mettersi in viaggio

L’uomo di fronte alla diversità, alla bellezza, alla sofferenza

Il 27 settembre ricorre la XXX Giornata mondiale del turismo che quest’anno ha come tema “Il turismo celebrazione della diversità”. Nell’ambito del turismo riveste un ruolo centrale il viaggio, realtà carica di significati concreti e simbolici e forse uno dei temi più frequentati dalla letteratura mondiale di ogni epoca, a partire dal viaggio per eccellenza, quello di Ulisse. Di questa esperienza come ricerca e scoperta dell’anima il SIR ha parlato con un grande viaggiatore: lo scrittore, poeta e giornalista Davide Rondoni.

Perché la dimensione del viaggio continua a mantenere intatto il suo fascino?
“Perché il viaggio porta sempre con sé una componente di rischio. I vocaboli latini esperienza e pericolo hanno la stessa radice: non si può fare veramente esperienza senza correre un rischio e questo vale anche per il viaggio che comporta la possibilità di smarrire più volte la meta, inseguirla invano e magari perdersi senza raggiungerla. Il viaggio non è solo turismo «da tempo libero», ma ha in sé il senso dell’avventura; è un sentiero di ricerca, scoperta e incontro e, come tale, è anche palestra di vita perché richiede capacità di distacco da ciò che ci è familiare, sfida a confrontarsi con il nuovo e il diverso, impone sofferenza e capacità di adattarsi alle situazioni più imprevedibili”.

Oggi questa “sfida” viene sempre compresa e accolta?
“Rispetto a 30 o 40 anni fa mi accorgo che l’uomo dei nostri giorni sa andare al di là della dimensione del tempo libero e sempre più tenta di rimettersi in cammino, di farsi in qualche modo viandante. Bisognerebbe chiedersi quale sia la ragione di questo cambiamento. Non so se il turismo inteso in questo senso più «alto» rappresenti una sorta di supplenza a quella dose di avventura e sorpresa che nella vita quotidiana molte persone non provano più: se è così non si tratta di un dato positivo perché rivela la perdita del «cuore avventuroso» che secondo Chesterton ognuno dovrebbe avere per affrontare la vita. Vissuta pienamente la vita è un rischio. Oggi, tanto più essa viene presentata a livello di pensiero dominante come una realtà pianificata, fondamentalmente senza sorprese e inserita in un binario dal quale non è possibile uscire – una mosca dentro una bottiglia, per citare una frase di Gustavo Zagrebelsky (ex presidente della Corte costituzionale, ndr) – tanto più aumenta nella gente comune la sete di viaggio. Questo dimostra quanto molta cultura cosiddetta accademica, divulgata sulle pagine dei giornali o tramite i festival, sia lontana dal sentire e dalla vita delle persone”.

Viaggio come metafora della vita?
“Uno rischia per qualche motivo: il premio dell’aldilà, ma anche qualcosa di grande per cui spendersi nel quotidiano. In una vita in cui non c’è niente da conquistare, nulla per cui valga la pena impegnarsi fino in fondo il senso del rischio si perde. Al di là dell’aspetto più strettamente catechistico, il grande dilemma rappresentato da inferno, purgatorio e paradiso è paradigmatico di questo non sapere dove il viaggio andrà a finire e, al tempo stesso, di ciò che urge nella natura umana: il mettersi in viaggio per qualcosa che valga la pena”.

Durante il viaggio si incontrano la diversità, la bellezza ma anche la sofferenza…
“Si viene portati anche dove non si vorrebbe andare e dove si possono trovare cose che uno non si aspetta. Per diversi motivi ho viaggiato moltissimo e continuo a farlo: mi sono trovato in posti dove la miseria ti urla violentemente in faccia il suo scandalo. Il viaggio obbliga a guardare anche ciò che non si vorrebbe, ad ampliare l’orizzonte e la visione del mondo, a far comprendere che la scena è unica e comune è il destino di ogni uomo. Ciò che accade in una città italiana ha a che fare con quello che succede nelle favelas sudamericane o negli slums africani. La bellezza che si ammira passeggiando sotto i portici di Firenze è la stessa bellezza in qualche modo urlata e supplicata dai bambini che fanno decine di chilometri per andare a scuola o per procurarsi un po’ d’acqua. Se non si è distratti, lo scandalo della sofferenza fa comprendere con parole di fuoco che il mondo è una scena unica e provoca alla riflessione sul proprio stile di vita e pensiero sul mondo. E dopo il giudizio occorre passare all’azione pratica. Il problema riconduce sempre al significato che vogliamo dare alla vita, al perché del nostro camminare, sia in mezzo alla melma, sia su un pavimento d’oro. C’è gente che vive nel fango ed è più serena di altri che sguazzano nell’oro. È il riconoscimento del senso, o almeno l’ipotesi di risposta a questo che è l’interrogativo più profondo, a fare la differenza e a cambiare la prospettiva della vita, di cui il viaggio è la metafora più profonda”.

In un tempo di disincanto come l’attuale ha ancora senso parlare di stupore?
“Certamente sì: lo stupore è ciò che muove l’animo dell’uomo e lo dispone all’avventura della vita; è il migliore antidoto allo scetticismo ed è la chiave per la vera conoscenza. Solo mantenendo la capacità di farsi stupire dalle cose che si hanno di fronte si può entrare in rapporto con se stessi e con il mondo”.

In conclusione, a lei il viaggiare che cosa ha dato?
“Mi ha confermato l’affermazione di San Paolo, un altro che viaggiava parecchio, cioè che il mondo è una scena splendida e drammatica e che l’immagine che lo definisce meglio è quella delle doglie del parto, qualcosa di doloroso ma al tempo stesso di magnifico”.