BENEDETTO XVI

Il vigore invincibile

La sapienza opera nella verità e con l’amore

Per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace. È un Angelus segnato dalla tragedia dei sei militari italiani rimasti uccisi a Kabul, impegnati, così come i militari degli altri contingenti internazionali, in operazioni tese a promuovere "la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana". Troppi i conflitti nel mondo, troppe le notizie che giungono "quasi quotidianamente" di vittime sia tra i militari sia tra i civili, dice papa Benedetto parlando ai fedeli presenti nel cortile della villa pontificia di Castelgandolfo: "Sono fatti a cui non possiamo abituarci e che suscitano profonda riprovazione, nonché sconcerto nelle società che hanno a cuore il bene della pace e della civile convivenza". Già in queste prime parole troviamo una chiara chiave di lettura: la pace come bene supremo, che va cercata, voluta, anche difesa laddove le forze dell’odio e della violenza vorrebbero impedire, come in Afghanistan, la crescita democratica della nazione.
Un attentato, dunque, che ha provocato "profondo dolore" e che vede papa Benedetto unirsi "con la preghiera alla sofferenza dei familiari e delle comunità civili e militari". E proprio alle comunità civili il Papa rivolge un particolare pensiero. Comunità che molto spesso pagano un prezzo altissimo in vite umane, vittime anche loro di una violenza che non si ferma nemmeno davanti ai bambini. Così Benedetto XVI rinnova il suo incoraggiamento "alla promozione della solidarietà tra le nazioni per contrastare la logica della violenza e della morte, favorire la giustizia, la riconciliazione, la pace e sostenere lo sviluppo dei popoli partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca".
Proprio nella sua recente enciclica "Caritas in veritate", Benedetto XVI sottolineava che la pace non va considerata come "prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti economici". Certo c’è bisogno della tessitura della diplomazia, di accordi tra governi, ma non può mancare, ricordava sempre il Papa, quel "sentire la voce e guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne adeguatamente le attese". La pace, dunque, si costruisce insieme e deve appoggiarsi su "valori radicati nella verità della vita".
È perciò un cammino lungo e difficile, minato, come vediamo quasi quotidianamente, da attentati e violenze; ma è la strada da percorrere insieme alle popolazioni locali. Interessante, a questo punto, seguire la prima parte della riflessione di papa Benedetto all’Angelus, perché capace di aiutarci nel costruire processi di pace. È un intervento a commento della lettura della domenica, la lettera di Giacomo, e si sofferma sulla descrizione della vera sapienza, da contrapporre a quella falsa "terrestre, materiale e diabolica", e che provoca "gelosie, contese, disordini e ogni sorta di cattive azioni". La sapienza che viene dall’alto, invece, "è pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera".
Proprio perché viene da Dio, la vera sapienza "non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore". Per questo, afferma ancora il Papa, è "pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza".
Vedete bene come a partire da una realtà che precede la morale stessa, cioè la vera sapienza, il Papa ci abbia condotto a riflettere su aspetti morali dell’umana esistenza. Aspetti che poi hanno una valenza rilevante nella vita di popoli e nazioni. Si chiede Benedetto XVI perché "non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo?". Nella nostra vita di tutti i giorni, nelle scelte che come persone siamo chiamate a prendere, cosa significa tutto questo? È proprio in questa parte finale dell’Angelus che cogliamo la chiave del messaggio che il Papa vuole offrire a tutti noi. Quel fermarsi a contemplare la vera sapienza, vale in primo luogo "per chi è chiamato ad essere promotore e tessitore di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali". Oggi, afferma ancora il Papa, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, "si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta". È ancora la lettera di Giacomo a guidare la nostra riflessione; il Papa la cita per dire: "Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace, mettendosi alla scuola della sapienza che viene dall’alto, per assimilarne le qualità e produrne gli effetti".
Tradotto nella quotidianità delle nostre azioni e del nostro rapportarsi agli altri vuol dire: "Se ciascuno, nel proprio ambiente, riuscisse a rigettare la menzogna e la violenza nelle intenzioni, nelle parole e nelle azioni, coltivando con cura sentimenti di rispetto, di comprensione e di stima verso gli altri, forse non risolverebbe tutti i problemi della vita quotidiana, ma potrebbe affrontarli più serenamente ed efficacemente".
"No" dunque al clima aggressivo, alla mancanza di rispetto verso l’altro e verso la verità, dice il Papa nel sottolineare che occorre disintossicarsi dalle scorie della menzogna, dell’egoismo, dell’odio. È una lezione per tutti noi ma è soprattutto un messaggio di speranza e di pace, perché, come si legge nel messaggio per la Giornata della pace del 2002, non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono".

Fabio Zavattaro