BENEDETTO XVI
Il Papa invita all’impegno per il bene comune
"Effatà", "apriti". L’invito che Cristo pronuncia ridando parola e udito all’uomo che ha di fronte, è il messaggio che papa Benedetto rivolge a tutti gli uomini in questa domenica che lo ha visto celebrare nella città dei Papi, laddove per la prima volta la riunione per eleggere il Pontefice è avvenuta "cum clave".
L’invito è ad aprirsi alla Parola, dono della presenza del Signore. L’immagine è quella del deserto irrigato dall’acqua: tutto rinasce. Ricorda il Papa che il deserto può "evocare gli eventi drammatici, le situazioni difficili e la solitudine che segna non raramente la vita; il deserto più profondo è il cuore umano, quando perde la capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con Dio e con gli altri. Si diventa allora ciechi perché incapaci di vedere la realtà; si chiudono gli orecchi per non ascoltare il grido di chi implora aiuto; si indurisce il cuore nell’indifferenza e nell’egoismo".
Ecco, allora, l’acqua benefica che fa cambiare questa terra arida; è come quella parola "effatà" pronunciata al sordomuto che così riacquista la parola e l’udito. Si tratta di vincere la solitudine, l’incomunicabilità create dall’egoismo, per dare volto, afferma papa Benedetto, a una "nuova umanità, l’umanità dell’ascolto e della parola, del dialogo, della comunicazione, della comunione con Dio. Una umanità buona, come buona è tutta la creazione di Dio; una umanità senza discriminazioni, senza esclusioni".
"Effatà". Invito che diventa un impegno in primo luogo in quella emergenza educativa che va affrontata "con lucidità e coerenza"; è sfida "ineludibile e prioritaria" per ogni comunità cristiana e per l’intera società, afferma ancora il Papa. Ricorda alcune figure di santi, di testimoni. Ricorda il viterbese Mario Fani che insieme a Giovanni Acquaderni hanno dato vita alla prima esperienza di laicato organizzato, diventata poi l’Azione Cattolica. Benedetto XVI parla di attenzione ai segni di Dio e in questo contesto l’attenzione diventa al prossimo, all’altro; è invito ad aprirsi alla vita sociale, vivere il Vangelo e coniugarlo nella solidarietà e nella partecipazione all’azione politica. Così quell’"effatà" si può tradurre con l’esortazione wojtyliana: "Non abbiate paura". "Fedeli laici, giovani e famiglie non abbiate paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana". Dice il Papa: "Si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo. Ecco l’impegno sociale, ecco il servizio proprio dell’azione politica, ecco lo sviluppo umano integrale". Impegno per il bene comune, come ricorda il Papa nella "Caritas in veritate": "Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella pólis. È questa la via istituzionale possiamo anche dire politica della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis".
È, dunque, l’immagine del deserto irrigato, cioè non più un guardare al proprio privato ma un invito a spendersi per l’altro, e non a caso parla di volontariato ricordando la co-patrona della diocesi, santa Rosa, un esempio di fede e generosità verso i poveri. Così è preghiera dei fedeli, l’invito alle autorità civili, affinché "senza favoritismi personali cerchino il bene di tutti e promuovano la civiltà dell’amore e il riconoscimento delle nostre radici cristiane".
Ma c’è un altro "apriti" che il Papa pronuncia in questa domenica. È invito a vincere l’egoismo e l’indifferenza per dare vita a "una nuova umanità dell’ascolto e della parola, del dialogo, della comunicazione, della comunione". Il messaggio è rivolto ai partecipanti all’incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio "Religioni e culture in dialogo". Incontro che è un far memoria dell’inizio della seconda guerra mondiale, il primo settembre di 70 anni fa, con l’invasione delle truppe tedesche a Danzica. Ma è un far memoria anche dei 20 anni del crollo del muro di Berlino, e, infine, è un ricordare tutto questo nella città di papa Wojtyla, eletto successore di Pietro trent’anni fa lo scorso ottobre. È anche in questa memoria di fatti e avvenimenti che si deve leggere l’"apriti" che papa Benedetto pronuncia a Viterbo, invito a dare vita a una umanità buona, "come buona è tutta la creazione di Dio, senza discriminazioni, senza esclusioni". Ancora l’immagine del deserto, e il deserto più profondo è il cuore umano: senza dialogo si diventa ciechi, incapaci di vedere la realtà, di ascoltare il grido di chi implora aiuto".
Aprirsi al dialogo è, dunque, aprirsi allo "Spirito di Assisi" che in questi giorni viene riproposto nell’incontro di Cracovia. Dialogo e memoria; così papa Benedetto dice: "Non possiamo non ricordare i drammatici fatti che diedero inizio ad uno dei più terribili conflitti della storia, che ha causato decine di milioni di morti e ha provocato tante sofferenze all’amato popolo polacco; un conflitto che ha visto la tragedia dell’Olocausto e lo sterminio di altre schiere di innocenti".
Momento intenso dell’incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio sarà la marcia silenziosa lungo i binari di Auschwitz-Birkenau e la "Cerimonia della memoria": "La memoria di questi eventi afferma ancora il Papa ci spinga a pregare per le vittime e per coloro che ancora ne portano ferite nel corpo e nel cuore; sia inoltre monito per tutti a non ripetere tali barbarie e ad intensificare gli sforzi per costruire nel nostro tempo, segnato ancora da conflitti e contrapposizioni, una pace duratura, trasmettendo, soprattutto alle nuove generazioni, una cultura e uno stile di vita improntati all’amore, alla solidarietà e alla stima per l’altro". Ed ecco il ruolo delle religioni, come lo aveva già individuato Giovanni Paolo II, chiamando per tre volte i leader religiosi a pregare per la pace nella città di Francesco. Importante, dunque, "l’apporto che le religioni possono e devono dare nel promuovere il perdono e la riconciliazione contro la violenza, il razzismo, il totalitarismo e l’estremismo che deturpano l’immagine del Creatore nell’uomo, cancellano l’orizzonte di Dio e, di conseguenza, conducono al disprezzo dell’uomo stesso. Il Signore ci aiuti a costruire la pace, partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca".
Fabio Zavattaro