II guerra mondiale

La forza della memoria

A 70 anni dall’inizio del conflitto

All’alba del 1° settembre 1939 le truppe tedesche varcarono la frontiera della Polonia dando inizio alla Seconda guerra mondiale. Anche per ricordare questo evento i leader delle grandi religioni mondiali, capi di Stato e uomini e donne di cultura saranno a Cracovia dal 6 all’8 settembre su invito della Comunità di Sant’Egidio e del card. Stanislao Dziwisz. "Lo Spirito di Assisi – spiegano da Sant’Egidio – torna in Polonia e questa volta nella città di Giovanni Paolo II, dove il grande Papa si è formato culturalmente, umanamente e spiritualmente". Momento centrale del raduno il pellegrinaggio al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Oltre al card. Dziwisz, saranno presenti i cardinali Rylko, Sandri, Sepe, Sistach, Poupard, Glemp, Macharski, Shirayanagi, Mc.Carrick, e il patriarca Greco-Melkita di Antiochia Gregorios III Laham. Rappresentate anche le Chiese ortodosse e le antiche Chiese orientali, le Comunioni cristiane mondiali, le Organizzazioni cristiane internazionali e le grandi religioni mondiali: ebraismo, islam, buddismo e induismo. Attesi i capi di Stato di Cipro, Costarica, Albania, Timor Est, Polonia e Uganda. Del significato e delle attese dell’incontro il SIR ha parlato con uno dei relatori, Agostino Giovagnoli, docente di storia contemporanea presso l’Università Cattolica. Il programma dell’incontro è su www.santegidio.org.

Lo "Spirito di Assisi" e la città di Cracovia evocano la figura di Giovanni Paolo II. Qual è la sua eredità?
"Quel Papa è stato forse una delle figure che più hanno riflettuto sulla tragedia della Seconda guerra mondiale come svolta che ha segnato la storia dell’umanità intera. Da questo punto di vista la sua lezione è ancora molto forte e attuale e si può sintetizzare nel messaggio inviato ai vescovi polacchi nel 1989, 50° anniversario del conflitto, nel quale Giovanni Paolo II affermava che quella guerra aveva reso tutti consapevoli della dimensione fino ad allora sconosciuta cui può giungere il disprezzo dell’uomo e la violazione dei suoi diritti e definiva il conflitto il frutto di una mobilitazione inaudita dell’odio, espressione tuttora straordinaria per sintesi ed efficacia".

Il 2 settembre, rivolgendosi ai pellegrini polacchi, Benedetto XVI ha affermato che "l’Europa e il mondo di oggi hanno bisogno di uno spirito di comunione", e il 1° settembre la cancelliera Merkel ha definito "un miracolo" la "trasformazione pacifica dell’Europa" dopo la Seconda guerra mondiale, ma ha precisato che senza memoria l’Europa non sarà mai sicura…
"La storia degli ultimi 70 anni del nostro continente è certamente straordinaria, proprio perché la reazione innescata negli europei dalla guerra ha fatto dell’Europa un continente di pace. In questo senso l’Europa ha il dovere di rendere a tutto il mondo testimonianza della necessità assoluta di difendere la pace, ma ciò è possibile solo attraverso una memoria che sia parte essenziale dell’educazione che i popoli devono dare a se stessi per mantenere lontana la possibilità del ripetersi di simili orrori. Anzitutto opponendosi ad ogni forma di discriminazioni e razzismo: una guerra non scoppia mai per caso; come ammoniva nel 50° anniversario della fine del conflitto (1995) Giovanni Paolo II, è stata proprio la massiccia propaganda di odio nazista ad avere creato la logica di guerra che ha condotto nel 1939 allo scoppio delle ostilità".

La riconciliazione, tuttavia, non sembra ancora completa: permangono attriti fra tedeschi e polacchi e manca tuttora una memoria condivisa tra Russia e Polonia…
"La battaglia della memoria è sempre complessa perché mantenere la memoria impone di fare i conti con un ricordo scomodo. In questo senso il riconoscimento della cancelliera Merkel, in quanto rappresentante del popolo tedesco, è stato scomodo, e colpiscono anche le parole del Papa, anch’egli un tedesco che però non nasconde le colpe del suo popolo. La memoria richiede il riconoscimento delle proprie responsabilità anche in mancanza di colpe dirette o personali. Occorre peraltro ricordare il notevole impegno della Chiesa cattolica per la riconciliazione tra tedeschi e polacchi, a partire dal riconoscimento delle frontiere occidentali della Polonia invocato da Paolo VI, dagli interventi di Giovanni Paolo II e dalle iniziative e incontri promossi negli ultimi anni dalle due Chiese nazionali, oltre agli inviti di Benedetto XVI a fare i conti con il passato. Non ci si può tuttavia nascondere l’esistenza di ragioni politiche che ostacolano il riconoscimento di alcune responsabilità: nelle vicende tra russi e polacchi entrano in gioco logiche di potere che non sono legate al passato ma riguardano il presente e il futuro".

Come collegare, allora, memoria e attualità?
"Occorre vigilare affinché non si ripeta quella mobilitazione dell’odio richiamata da Giovanni Paolo II che inizia con le discriminazioni, le limitazioni della libertà di stampa e discussione, il venir meno del rispetto verso l’altro e del dovere di accoglienza verso il diverso. Sono questi elementi a preparare il conflitto. In tale senso l’importanza della memoria è oggi di straordinaria attualità".

Quale può essere il ruolo del dialogo tra culture e religioni?
"Lo Spirito di Assisi si collega all’invito a tutti i leader religiosi, da parte di Giovanni Paolo II nel 1986, a pregare fianco a fianco per la pace. Un gesto che crea accoglienza dell’altro e capacità di comune sentire, pur nel rispetto e nel mantenimento delle differenze. Il senso del dialogo è proprio in quel costruire fraternità e comunione, richiamato il 2 settembre da Benedetto XVI".

In questi decenni lo scenario internazionale è molto cambiato e la visione eurocentrica è superata dalla globalizzazione. Quale missione può avere oggi l’Europa nel mondo?
"Essa deve anzitutto evitare la tendenza, rilevata da Benedetto XVI, a prendere congedo dalla storia e a ripiegarsi in modo provinciale su se stessa perdendo di vista la missione che la storia le assegna e le potenzialità di cui dispone. L’essere un’oasi di pace la chiama alla responsabilità di aiutare gli altri popoli a compiere un analogo cammino. In diverse parti del mondo l’Unione europea, pur con i suoi limiti, è guardata come un modello da imitare; per questo è cruciale, tra le altre cose, che sappia offrire risposte adeguate alle questioni dell’immigrazione e dell’accoglienza di chi bussa alle sue porte".

Perché ritornare in un luogo simbolo come Auschwitz-Birkenau?
"Per aiutare anche altri a comprendere. Al pellegrinaggio infatti parteciperanno anche delegazioni asiatiche che non conoscono direttamente questa storia, ma fanno parte di un continente che ha subito drammatiche conseguenze dal secondo conflitto bellico. Il Giappone, come l’Italia e la Germania, è stato all’origine della guerra, ma ha vissuto l’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Più in generale le tre giornate intendono anche essere occasione per chiedere alle grandi religioni asiatiche di assumersi le proprie responsabilità nel far valere le ragioni della pace in quel grande e problematico continente. Ad Auschwitz, luogo della Shoah di milioni di ebrei, sarà inoltre molto significativa la presenza di leader religiosi musulmani dal mondo arabo e indonesiano come segno di riconciliazione e rifiuto della violenza quale strumento per la soluzione dei conflitti".