PERDONO
Nonostante le apparenze l’uomo cerca la misericordia di Dio
La 60ª Settimana liturgica nazionale, conclusasi a Barletta il 28 agosto, è stata dedicata alla penitenza. A mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, abbiamo rivolto alcune domande sulla necessità di riscoprire il valore del perdono nella società attuale.
Perdono e riconciliazione: quale attualità e importanza hanno questi temi oggi?
“Bisogna tener conto, innanzitutto, del contesto storico-culturale nel quale ci troviamo che è quello della crisi della cosiddetta modernità matura, cioè del tempo in cui la ragione assoluta dell’idealismo e delle ideologie ha preteso di cambiare il mondo eliminando ogni partner che non fosse terreno. In altre parole, Dio visto come ozioso e inutile, assurdo e morto. Ora tutto questo ha prodotto, assieme ad alcune conquiste, anche tanta tragedia: basti pensare alle violenze del Novecento, dalle guerre mondiali alla shoah. Ecco perché abbiamo bisogno di riscoprire un Padre-Madre nell’amore. Da una società senza padri non esce un uomo più libero e più felice, ma un uomo più solo, più abbandonato al nulla, più incapace di dare pienezza di senso alla sua vita. Ecco perché c’è immenso bisogno di riscoprire e di incontrare la misericordia di Dio”.
Come riscoprire questo Dio di misericordia?
“È importante vigilare che il Dio che cerchiamo non sia semplicemente la risposta alle nostre domande, cioè una sorta di proiezione dei nostri desideri e dei nostri gusti. In questo caso, non si uscirebbe dalla prigionia del soggetto. Occorre incontrare il Dio vivente, quel Dio che è venuto a noi nella Rivelazione come Altro, sovrano e al tempo stesso prossimo e vicino, il Dio di Gesù Cristo. Quel Padre di cui Gesù ci ha parlato nella parabola dei due figli e del padre misericordioso, cioè un Dio che rispetta totalmente la libertà della sua creatura, si autolimita per amore della sua creatura e che resta in attesa generosa e amorosa di un ritorno del figlio che si fosse allontanato da lui. Questo Dio di amore, che non teme di perdere la sua dignità, la sua autorità per accogliere e far festa al figlio che ritorna, è il Dio di cui questa stagione post-moderna ha immensamente nostalgia: un Dio vicino, «compassionato», capace di condividere e redimere dal di dentro il nostro dolore e le nostre fragilità”.
Questo Dio di amore come può parlare a un mondo dove la violenza fondamentalista cerca di nascondersi dietro le religioni?
“Benedetto XVI, nel suo famoso discorso di Regensburg, ha sostenuto una tesi rispetto alla quale non credo possa esserci ritorno o rinuncia: cioè che la violenza, oltre che contraria alla ragione umana, è contraria a ogni autentica fede in Dio, a ogni immagine di Dio che sia il Dio vivo, il Dio vero. Dunque, ogni fondamentalismo che pretendesse di utilizzare la religione, di servirsi di Dio, per affermare i propri calcoli o progetti di violenza sarebbe semplicemente bestemmia. Questo, il Dio del Vangelo, che è il Dio della non violenza, della infinita misericordia, ce lo fa capire a chiare lettere. Più che mai oggi abbiamo bisogno di questo Dio, non un Dio strumentale, non di una religione «instrumentum Regni», ma di un Dio liberante a partire dall’esperienza del perdono e della carità che questo perdono accende nel cuore degli uomini”.
Eppure, oggi, ci sono sempre meno persone disposte ad ammettere gli errori, ad accettare la correzione fraterna… Come parlare in un clima del genere di perdono?
“Oggi è urgente parlare di perdono e riconciliazione proprio perché c’è un imbarbarimento dei rapporti umani, specialmente sulla scena pubblica, nella vita politica. È dunque necessario riscoprire che soltanto attraverso il dialogo rispettoso dell’altro e della sua dignità, attraverso la riconciliazione e il perdono reciproco, è possibile costruire un mondo migliore per tutti; altrimenti costruiremo una giungla, nella quale alla fine non soccomberanno solo i più deboli, ma gli stessi operatori di violenza e di iniquità. Abbiamo bisogno di perdono e del coraggio del perdono, un coraggio molto più grande di quello della facile violenza”.
Prima ha fatto riferimento alla parabola del figliuol prodigo: questa parabola cosa può dire all’uomo di oggi?
“Nella parabola del figliuol prodigo ci sono almeno tre grandi orizzonti: c’è l’orizzonte del Padre di misericordia, del figlio maggiore e del figlio prodigo. Quest’ultimo vive un vero e proprio cammino partendo dal disagio nel quale si ritrova, sente la nostalgia della casa lontana, sente di essersi allontanato per sua colpa e decide di tornare dal padre chiedendo perdono. In questo orizzonte che culmina nell’incontro con il padre a me sembra di ritrovare gli scenari dell’Occidente. C’è una situazione di disagio diffuso, di insoddisfazione, di perdita del senso, c’è però al tempo stesso una sorta di nostalgia a cui deve corrispondere l’annuncio della misericordia di Dio che la Chiesa non deve mai stancarsi di fare. E c’è la necessità di una decisione da prendere. Non si tratta semplicemente di una decisione intellettuale, ma di una decisione morale. Credere in Dio non è solo un gioco di concetti elaborati a tavolino, è un rischio, un’audacia che compromette tutta la vita, esige un sì di libertà e di affidamento totale che solo ci rende liberi”.