CARITAS

Le radici della gratuità

Giovani, nuovi modelli di sviluppo e immigrazione

Il volontariato giovanile, la crisi economica e la proposta di nuovi modelli di sviluppo, l’immigrazione e i processi di integrazione e cittadinanza. Se ne è parlato nelle assemblee tematiche nel corso del 34° convegno nazionale delle Caritas diocesane a San Benedetto del Tronto.

Volontariato, la "defezione" dei giovani adulti. Il volontariato italiano dal 1996 al 2006 è cresciuto del 14,9% (4 milioni e 400 mila nel 2006) ma c’è stata una "defezione" dei giovani adulti. Le fasce d’età più rappresentate sono quelle dei pensionati (uno su 4), degli adulti e dei minorenni. È quanto emerge da una ricerca sul volontariato giovanile nel contesto delle Caritas diocesane, a cura di Marco Livia, direttore dell’Iref (l’Istituto ricerche educative e formative delle Acli) e Francesco Pierpaoli, responsabile della pastorale giovanile delle Marche. I percorsi attraverso cui i giovani volontari si avvicinano alla Caritas sono molteplici: la scuola, l’università, gli organi di stampa (soprattutto la free-press), la parrocchia, il passaparola. Quest’ultimo "rimane un veicolo formidabile – spiegano i ricercatori – perché unisce all’informazione la forza della testimonianza, soprattutto se si incrocia con la scuola o la parrocchia". Rimane ancora valido, inoltre, "il binomio scoutismo-volontariato". Ma la vera novità è che "il retroterra sociale e culturale cattolico e le motivazioni altruistiche non costituiscono più l’humus esclusivo su cui si innesta la pratica del volontariato in Caritas". Di fronte ad una "domanda di partecipazione" al volontariato Caritas oramai "laica, multicanale e multiculturale", Livia e Pierpaoli invitano a valorizzare soprattutto la collaborazione con le scuole.

"Economia civile 1.0". Se l’economia fosse un programma informatico, l’enciclica di Benedetto XVI "Caritas in veritate" richiederebbe di disinstallare il programma "Capitalismo finanziario 3.0" e sostituirlo con la nuova versione "Economia civile 1.0": quest’ultimo sarebbe composto dalle routine "microfinanza", "impresa socialmente responsabile", "impresa sociale e cooperativa", "circuiti equosolidali con il Sud del mondo", da potenziare con i tasti interattivi "consumo e risparmio socialmente responsabile", "gratuità" e "responsabilità". È la metafora utilizzata da Leonardo Becchetti, docente di economia. Secondo Becchetti,la crisi finanziaria dimostra "il fallimento di un modello dove ciascuno è chiamato a perseguire autoreferenzialmente il proprio tornaconto". Il "segreto del successo" dei pionieri del nuovo modello di economia (imprese sociali, economia di comunione, finanza etica) proposto dall’enciclica, nasce quindi dalla "partecipazione sempre più attiva e socialmente responsabile dei cittadini attraverso le loro scelte di consumo e di risparmio". "Il bene della persona – conclude Becchetti – passa attraverso una relazione che rende feconda la povertà di senso di chi ha e rischia di non aprirsi all’altro e la povertà materiale di chi chiede una mano per poter recuperare la propria dignità".

"Più famiglie, meno ghetti". Favorire l’integrazione degli immigrati tramite i ricongiungimenti familiari e l’accompagnamento di "famiglie-tutor". E un invito all’Unione europea "ad essere più incisiva nella promozione di processi di inclusione" come il diritto alla cittadinanza. Sono le proposte di Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori. "È sbagliato pensare che l’integrazione sia solo responsabilità della politica – afferma Ambrosini –. Ci sono alcuni aspetti, come la cittadinanza, che dipendono dalla politica. In questo senso la nostra legge, insieme alla Grecia, è la più restrittiva in Europa. Abbiamo una concezione ‘etnica’ della cittadinanza, legata al sangue e al connubio. I greci la stanno cambiando, quindi noi rischiamo di rimanere gli ultimi della classe". Le altre componenti dell’integrazione, spiega il sociologo, "derivano dal basso, dal mercato del lavoro e dalle relazioni quotidiane". A questo tipo di integrazione "tutti possono contribuire", creando "più famiglie e meno ghetti". La proposta delle "famiglie-tutor", già sperimentata in alcuni territori, consiste nella presenza "di famiglie di italiani o immigrati già inseriti che facciano da punto di riferimento per tante esigenze quotidiane dei nuovi arrivati. La Caritas potrebbe favorire questo processo". Inoltre, secondo Ambrosini "l’Ue potrebbe intervenire di più per promuovere processi di inclusione, ad esempio tramite il voto locale e l’accesso alla cittadinanza. Ma fa fatica perché i governi, anche per ragioni di consenso interno, resistono".